Basilea e oltre: temi primari tra arte, teatro, design e collezioni

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17-06-2015
categorie: Design, Architettura, Arte, teatro, performance, Fotografia,

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Basilea e oltre: temi primari tra arte, teatro, design e collezioni

Quest’anno Basilea – con le sue fiere e le mostre negli affollati musei cittadini – gioca a sporcarsi con la morte incidentale grazie a Romeo Castellucci/Societas Raffaello Sanzio (The Metopes of the Partenon) ed in genere sembra indagare arte e design (da collezione) con un focus molto orientato a temi primari (morte, vita, catastrofi naturali, la fine di un amore) oppure offre grandi mostre che esaminano (molto bene) il processo creativo dell’artista.


Art Unlimited
, massiccia nonostante la concomitanza con la altrettanto massiccia (e di simili temi) attuale edizione della Biennale di Venezia, offre spunti singolari per installazioni extralarge.


Julius von Bismarck
, giovane performing artist visto di recente a Torino apre questa sezione della principale fiera svizzera: ruota restando fermo in un grande ovale che raccoglie la sua quotidianità, dal risveglio fino a quando la fiera chiude.  Non è solo egoismo, come sembra suggerire il titolo della performance ed installazione Egocentric System: l’artista esplora ancora la dimensione spaziale della circolarità e ovviamente in questo caso la spettacolarizza.


E’ Leigh Ladare l’altro notevole autore che indaga la propria intimità, facendone un’elegia corale: Double Bind è una lettera, una serie di fotografie molto intime (e in un certo senso erotiche anche quando non ritraggono la vagina della sua ex moglie), il racconto di un week end passato con lei e di un altro, regalatole per andare nello stesso cottage con il suo nuovo compagno (anch’egli fotografo) ad essere ritratta, stavolta nel profondo.


Ancora una moltitudine fotografica, ancora una volta incentrata sull’intimità, ancora una volta firmata da un giovane artista americano, Ryan McGinley: Yearbook 2014 è una raccolta di nudi (oltre 200 soggetti ritratti in posa per oltre 500 immagini) che racconta soprattutto di sottili prospettive individuali, anche se l’effetto è piuttosto cosmico (l’installazione ad Art Basel è stata realizzata coprendo tutto il grande stand di Unlimited, ogni centimetro disponibile: come la pelle dei soggetti ritratti cavalcata dai tatuaggi).
 

Il rumore bianco di spazi fictional – situati in un non luogo che potrebbe stare tra il domestico e lo shelter da Alice nel Paese delle Meraviglie - domina le installazioni architettoniche, a Unlimited come a Design Miami/Basel (al decimo anno di fiera). Nella prima, Haim Steinbach (un lavoro del 1991, Display #26 – Barn Wall) tenta di raccontare la psicologia di un oggetto (un muro che può essere altro: una casa nascosta, una stalla), nella seconda Atelier Van Lieshout (presente sia nella sezione di Design at Large della fiera di design da collezione sia in Art Basel in uno stand di una galleria) propone una candida unità domestica, The Original Dwelling, fatta a forma di blob.


Tornando a Romeo Castellucci, che con Claudia Castellucci (e la consulenza artistica di Silvia Costa) presenta in prima uno spettacolo in collaborazione con Art Basel e Theatre Basel (nello spazio dove l’altr’anno vi erano le 14 Rooms: un hangar della fiera totalmente vuoto): sei tableaux vivants che mischiano lo stadio immediatamente prima della morte e la morte stessa, con altrettante ambulanze che cercano di salvare il moribondo o la moribonda. A parte la capacità di realizzare forse il sogno sporco, e segreto, di guardare da vicino - con voluttà e a sazietà - la morte e lo strazio, la pièce (troppo lunga, un’ora e 15 minuti, per una fiera, ed una città, così affollate di mostre come nei giorni in cui si svolgeva, peraltro solo fino al 19 giugno) era veramente dura. Alcune persone si sono ritirate in loro stesse, forse rivivendo una morte od un accidente recenti. Altre si sono allontanate, io stessa non potevo più guardarlo dopo la terza morte o riddle – quel che mi ha spinta a continuare era la dose di fiction prima e dopo ogni strazio (il morto, accidentato od infartuato o ustionato che fosse entrava con i suoi piedi, veniva truccato, giaceva a terra e si contorceva prima dell’arrivo dell’ambulanza, veniva inutilmente rianimato e poi, dopo la morte, si rialzava per conto suo e cedeva il posto ad un altro quadro: poesia in video e un rumore di fondo assordante a fare da contraltare alle sirene dell’ambulanza).

 

Marlene Dumas squaderna la sua creatività alla Fondation Beyeler (fino al 6 settembre, come Atelier Calder, terza e ultima galleria dedicata allo scultore; invece la sovraffollata mostra di Paul Gaugin finisce il 28 giugno). Una gigantesca retrospettiva insieme a tutte le fonti creative dell’artista (foto, cartoline, ritagli di giornale) illustrate da frasi della pittrice tranchant ed illuminanti come lo sono i suoi occhi dardeggianti.


Haaron Mirza al Museo Tinguely rimastica grandi artisti (tra cui Anish Kapoor, Calder, Channa Horwitz, Jeremy Deller) oltre al padrone di casa chiedendo una performance collaborativa ai suoi colleghi di studio e trasforma, nel vero e più puro senso della parola, tutti gli spazi (e le principali opere) del museo, talvolta riscrivendone il senso (o accompagnando i lavori degli altri artisti con una rilettura spaziale e sonica). Il titolo della mostra, hrm199 ltd., è anche il nome dello studio dell’artista, classe 1977. Una camera ecoica (The Pavilion for Optimization) e una intera riproduzione di una mostra dell’artista a Dublino (che mischia cultura televisiva Bjork inclusa, una biografia di una designer irlandese Eileen Gray e la culture club irlandese) che include delle belle lampade triangolari (disegnate da TJ O’Keefe) sono alcuni dei lavori in mostra. Una visita frettolosa non può durare di 40 minuti!


Lo Schaulager invece ospita la collezione Emmanuel Hoffmann fino a fine gennaio 2016: spazia dall’espressionismo ai nostri giorni (fino al Gober che il museo possiede, quello con la madonna trafitta dal tubo e la cascata d’acqua sotto i tombini). Difficile dire quanto sia straordinaria l’evoluzione di questo gruppo di opere, tutte coese a rappresentare il nuovo nei loro rispettivi tempi – fino a Matthew Barney incluso. Una delle sale meglio assemblate, forse, quella di On Kawara e Rémy Zaugg, artista svizzero di stanza quasi sempre a Basilea.