Christine Macel presenta la 57ma Biennale arte a Venezia, Berlino, New York e Shangai

Come Documenta 13 uno scavo culturale tra biografia, performance e poetica

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categorie: Arte, teatro, performance, Libri,

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Christine Macel presenta la 57ma Biennale arte a Venezia, Berlino, New York e Shangai

Come Documenta 13 uno scavo culturale tra biografia, performance e poetica

Senza ovviamente averla vista (apre il 13 maggio 2017 e chiuderà il 26 novembre ),  la 57ma Biennale d’Arte appena presentata alla stampa viene da dire che un po’ assomigli alla Documenta 13 firmata Carolyn Christov-Bakargiev non tanto e non solo per il posto preminente assegnato al ‘libro’ come oggetto e come media trans-culturale ma per il posto occupato dalla performance e dalla poetica/vissuto dell’artista.

 

La cura Christine Macel, che sceglie il francese per presentarla (oggi a Venezia, domani a Berlino poi nelle prossime settimane a New York e Shangai, più precisamente allo spazio delle residenze artistiche del main partner Swatch). Il gruppo di orologi in plastica svizzero continua a investire in arte e a supportare la Biennale ma affronta una crisi senza pari sui ricavi: il 2016 è l’anno peggiore di sempre da 20 a questa parte. Perde oltre il 10% per colpa delle basse vendite in Asia e per il super franco-svizzero, croce per le esportazioni di tutte le corporation elvetiche.

 

Macel parla correntemente anche italiano ed inglese, ricorderete che ha curato due padiglioni a Venezia (Francia, Belgio) e lavora per istituzioni pubbliche francesi - oltre ad insegnare, scrivere molto e amare la musica techno. Anri Sala, di cui aveva curato un ottimo padiglione, e Philippe Parreno (altro artista amato da lei e da Pinault, è il protagonista dell’opera in scena alla Fenice but made for Biennale) ci saranno a Venezia, nella lista dei 120 artisti, di cui 52 espongono opere nuove.
Per gli amanti delle statistiche (questa non è inserita nel comunicato stampa) ci sono equamente sia artisti giovani, sia artisti mid-carrier, sia artisti semi sconosciuti come fece Gioni (con spirito diverso) per Palazzo Enciclopedico ma anche artisti che ritornano pari-pari (come Ernesto Neto) presentando un progetto molto simile a quello che abbiamo già visto a Venezia (stavolta in chiave performativa coinvolgendo indiani d’Amazzonia per la prima volta avvicinatisi all’arte). E artisti passati a miglior vita. Di questo gruppo ne contiamo 11, tra cui ancora Franz West ed anche il misterioso Jan Bas Ader.

 

Molti artisti vengono da gallerie di New York. E tra gli outsider - nel senso tra i non mainstream - figura un’italiana (anch’essa morta di recente), Maria Lai che spesso ha lavorato con la poesia e che intreccia la sua storia con Venezia.

 

Molti artisti viventi si concentrano, su esplicito invito della curatrice, a veri e propri ‘re-enactment’ di lavori e performance fatti in passato, è il caso di David Medalla, che espone da solo e anche performa come Mondrian Fan Club.

 

La Macel fa una Biennale ecumenica e facile, i cui artisti si snodano attraverso trans-padiglioni (lei preferisce chiamarli mantra, insomma noi azzardiamo isole di senso o di significati).

Non basati sulla nazionalità, sono coniati a partire da parole dirette come fossero capitoli di libri.

Ecco, il libro, torna come forma (media), spina dorsale, terreno di scambio, un pot-pourri in cui sicuramente ognuno ci vede qualcosa. Per cominciare (e dalla descrizione della Macel, meglio iniziare a guardare la sua sezione dai Giardini), il Padiglione Stirling si trasforma in una vera e propria biblioteca d’artista (Je deballe ma biblioteque/Unpacking My Library) dove gli artisti invitati da lei creano una sala dove sono donati libri seminali per la loro poetica. I libri non saranno anche usati per le performance, ‘non saranno letti, agiti: il posto per incontrare gli artisti è la Tavola Aperta’ ci risponde.

Insieme o dopo l’attraversamento dei trans padiglioni (alternativa all’individualismo esasperato degli artisti), il pubblico quindi può sedersi a tavola (non sappiamo quanti posti ci saranno).
Tutti i venerdì e sabato dietro il Padiglione Stirling (precisamente al lato destro del Padiglione Centrale, Giardini) gli artisti della sezione della Macel converseranno di loro e con il pubblico (prenotazioni sul sito della Biennale e al momento di acquistare biglietti) durante un pasto. Mentre i mercoledì o giovedì allo stesso desco sarà possibile incontrare gli artisti dei padiglioni nazionali (per chi non può, le Tavole Aperte saranno in streaming sul sito della Biennale, dove a partire da domani troverete anche un video breve di ogni artista invitato al giorno: la collezione viene raccolta anche in mostra, all’Arsenale).

 

Viva Arte Viva (logo, come il catalogo, rinnovati e disegnati da uno studio francese, de Valence di stanza a Parigi) cerca in modo immediato di distaccarsi dall’iper contemporaneo e dal mondo frenetico per operare un altro tipo di sguardo: un’esperienza intellettuale a capitoli sulla progettualità degli artisti.
Se Baratta dice che è un umanesimo nel quale l’atto artistico è sia resistenza che liberazione e generosità, Macel afferma che è un giardino, quasi un ultimo baluardo, da coltivare e frapporre alla indifferenza e all’individualismo.  Per aggiungere, subito dopo, che spesso l’individualità degli artisti intuisce e disegna il mondo di domani ‘dai contorni incerti, di cui gli artisti intuiscono meglio la direzione’.

 

Dopo il Padiglione dei libri, nel Padiglione Centrale (Giardini), Dawn Kasper trasferisce (non è la prima) studio e casa per vivere ai Giardini e di fronte a lei un’opera di Franz West (Divano) rappresenta il contraltare del negotium, l’otium. Gran ritorno anche di Olafur Eliasson, che proprio a Venezia aveva tenuto con Domus Academy un seminario con studenti e scienziati, Art Experience nell’anno in cui iniziava il suo progetto con TBA21 e David Adjaie esponendo a San Lazzaro il suo orizzonte di luce. Stavolta, proprio dove ha promosso in passato Little Sun ad una precedente Biennale, per Macel mette in scena il suo studio multidisciplinare che lavorerà da Venezia (anche con migranti). Un contraltare al negotium di Eliasson è, secondo le sue parole, il defunto Raymond Hayns che ha speso la sua vita a leggere, conversare e viaggiare.

Tra i nove trans-padiglioni della Macel (Gioie e Dolori; Padiglione dello Spazio Comune, della Terra) ci ha incuriosito quello delle Tradizioni dove non troveremo artigiani e designer ma artisti che lavorano tra vecchio e nuovo ed è qui che espone Francis Upritchard (1976) un’artista neozelandese (molto collezionata anche in Australia) che riutilizza tecniche desuete con un twist acuto ed esteticamente sempre convincente. Vive a Londra ed è la metà di Martino Gamper, designer altoatesino che lavora a sua volta sempre più nell’arte. Completano la lista dei ‘mantra’, il padiglione Sciamanico, quello Dionisiaco (dedicato al piacere femminile, all’estasi, alla sessualità e alla trance, sia quella derivata dalla musica sia dalla droga), quello dei colori dove la connotazione ‘da fuoco d’artificio’ come la definisce Macel dipende dalla trattazione del colore di tipo neuro-scientifico. E’ in questa sezione che vi consiglio di cercare i lavori straordinari di Karla Black che usa il colore a livello percettivo e sculturale. L’artista di Glasgow è rappresentata da David Zwirner ed ha esposto recentemente a Venezia (nel 2011) rappresentando la Scozia: ricorderete le sale di Palazzo Pisani invase da blow up di colori pastello che perdersi lì era un puro piacere sinestetico.

 

Chiude il percorso della curatrice una sorta di ‘performance arena’ (dove i Gelitin un po’ di Biennali fa avevano fatto sia la fornace che la barca dove guidavano nudi): i Giardini delle Tese alle Vergini ospitano 11 progetti di artisti che espongono anche altrove come Bruscky, Bleuter, etc. Mentre 16 performance si terranno in movimento durante la vernice (10-11-12 Maggio) all’Arsenale ed una di esse (quella dell’artista coreano Yeesookyung) consisterà in un concerto-processione di musiche tradizionali a Via Garibaldi come aveva recentemente fatto Marinella Senatore (con musiche diverse) alla scorsa biennale, invitata da Creative Time.

Tra i padiglioni nazionali, 85 quest’anno, figura per la prima volta Kiribati (della storia dello stato a rischio per l’innalzamento dei mari ci siamo occupati intervistando un fotografo australiano), peccato che sia a Palazzo Bembo dove altri artisti (Lili & Jesko) ci hanno raccontato che sono stati derubati di un quadro la scorsa biennale. Ci auguriamo siano migliorati sulla qualità espositiva.

Grandi ritorni a Venezia, come Christian Marclay in questo caso co-curatore del Padiglione Francese; Phyllida Barlow alla Gran Bretagna.

Le comunità resistenti hanno due degni rappresentanti. Un’artista aborigena per l’Australia (la film-maker e fotografa Tracey Moffat, commissaria la ricca imprenditrice nel fashion retail Naomi Milgrom AO, collezionista e mecenate). Bernardo Oyarzún per il Cile: porta in scena una cultura autoctona, quella Mapuche che è del centro del paese e di alcune regioni argentine. Una installazione di maschere 10x11m giganteggia nel padiglione e si accompagna alla lettura di proiezioni con luci led che scorrono cognomi di membri della comunità.

 

Tra gli sponsor il gruppo immobiliare italiano di Catella (COIMA) che dichiara di sponsorizzare gli italiani scelti da Macel: la già citata (defunta) Maria Lai, poi Salvatore Arancio, Irma Blank, Michele Ciacciofera, Giorgio Griffa, Riccardo Guarnieri (questi ultimi due li troverete nel padiglione dei colori all’Arsenale).


#BiennaleArte2017