I premi della 75ma Mostra del Cinema di Venezia

A vincere davvero le pellicole dedicate a temi politici e quelle Netflix

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13-08-2018
categorie: Cinema,

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I premi della 75ma Mostra del Cinema di Venezia

A vincere davvero le pellicole dedicate a temi politici e quelle Netflix

 

1650 lungometraggi (166 italiani), 1514 cortometraggi (174 italiani), 147 VR (7 italiani): la 75ma Mostra del Cinema di Venezia - che si è svolta dal 28 agosto con la pre-apertura alla Darsena con il muto del 1920 Il Golem – Come venne al mondo fino alla cerimonia di chiusura e di premiazione l’8 settembre - ha presentato quest’anno 21 film in concorso per il Leone d’Oro e d’Argento (alla Carriera è premiato David Cronenberg), 22 nella sezione Fuori Concorso, 19 nella sezione Orizzonti, 7 nella nuova sezione Sconfini, 3 alla Biennale College Cinema (e 18 nella sezione Classici restaurati). 15 i cortometraggi, di cui 13 nella sola sezione Orizzonti. Anche quest’anno la Virtual Reality, con 40 opere di cui 30 in concorso.

 

Iniziamo da Sconfini che prende il posto de ‘Cinema in Giardino’ con le scelte crossover e per tutti i gusti. Da sola, questa sezione per chi non è un cinefilo e di solito non sa cosa andare a vedere ma vuole respirare l’aria del Movie Village - vale la mostra anche per i prezzi da strenna delle proiezioni. 

Tra gli italiani, occhi puntati su Il Banchiere Anarchico scritto e interpretato da Giulio Base, il primo a riadattare per il grande schermo un racconto struggente di Pessoa mai portato al cinema prima (proiezioni per il pubblico il 6 e 7 settembre). E occhi puntati su un documentario italiano - Camorra di Francesco Patierno - che lavora d’archivio sul tesoro spesso seppellito nelle Teche Rai (proiezioni al pubblico il 2 e 3 settembre). Ironia e sorprese invece con Il ragazzo più felice del mondo del fumettista Giovanni Pacinotti, in arte Gipi.

Nella stessa sezione, tra gli stranieri anche un thriller (L’Heure de la Sortie) firmato dal francese Sébastien Mernier. E un documentario di 27 minuti su un assassinio, (Blood Kin dell’americano Ramin Bahrani). Alla voce sogno, leggi Malick che ritorna con la versione estesa del sognante - e già premiato a Venezia - The Tree of Life con il suo cast di star.

 

La sezione ufficiale di Venezia 75 vede diversi graditi (o meno, dipende dal gusto del pubblico) ritorni di premiati e di Leoni d’Argento. In ordine sparso eccone due: Cuaron con Roma, un dramma di una famiglia messicana ambientato negli anni ‘70; i fratelli Cohen con il western The Ballad of Buster Scruggs (tra gli attori anche James Franco e Tom Waits).

 

Interesse per 22 July, un dramma Netflix (il servizio di streaming bandito da Cannes trova ancora tanto posto a Venezia e questa pellicola sarà online da ottobre 2018) che racconta gli attentati norvegesi (due in sequenza, più sanguinario quello di Breivik) co-prodotto e diretto da Paul Greengrass - giornalista d’inchiesta e regista inglese. E per un dramma storico (genere poco presente da ultimo nella selezione ufficiale ma quest’anno presente con ben due titoli!), Peterloo, firmato da Mike Leigh sull’omonimo massacro occorso nel 1819 a Manchester.

 

Sul fronte tedesco, Werk ohne Autor (Never Look Away) di Florian Henckel von Donnersmarck sul dramma del nazismo che ritorna nella vita di un artista. 

 

Sul fronte italiano o quasi, Suspiria il remake del film di Dario Argento con, tra gli altri, Tilda Swinton, firmato da Luca Guadagnino, Capri-Revolution firmato da Mario Martone (co-produzione Italo-Francese) e What You Gonna Do When the World's on Fire? un documentario di Roberto Minervini (Usa-Francia-Italia) su una comunità nera dell’America del Sud scioccata da un brutale attentato nel 2017. 

 

Doubles Vies del francese Oliver Assayas è invece una delle poche commedie in concorso, con Guillaume Canet e Juliette Binoche. E At Eternity’s Gate è la sola pellicola dedicata a un pittore (Van Gogh, nel suo periodo ad Arlès) e firmata da un regista ed artista (Julian Schnabel) con, tra gli altri, Willem Dafoe.

 

La mia attenzione è tutta per The Favourite, dramma ironico o black comedy che dir si voglia (in costume) che parla della corte della regina Anna d’Inghilterra nel 18mo secolo, firmato Yorgos Lanthimos - il prolifico regista ed autore di The Lobster e, da ultimo, del lancinante The Killing of a Sacred Deer. Il film in concorso a Venezia è stato scelto anche per il gala screening del BFI London Film Festival. E molti dei titoli più hype sono attesi sia a Toronto che a New York.

 

Orizzonti è la sezione in cui tuffarsi senza meno (e senza ma) anche se non si conosce nulla o quasi dei registi. E dove riconoscersi e riconoscere i nuovi autori di domani (e già dell’oggi). 

 

Personalmente, sono molto intrigata da Yom Adaatou Zouli (The Day I Lost My Shadow) della regista siriana Soudade Kaadan che concorre anche all’opera prima (e ne firma anche la sceneggiatura).

 

Due altri titoli da tenere d’occhio tra i lungometraggi: Charlie Says della la regista canadese Mary Harron che ne firma anche le scene (tratta il caso Manson con gli occhi delle insegnanti spedite in carcere a lavorare con le tre detenute, inizialmente sentenziate di condanna a morte e poi imprigionate a vita). E Jinpa del tibetano Pema Tseden (Wanma Tsaidan).

 

 

Chi assegna i premi quest’anno a Venezia 75? Presiede il regista (e vincitore di Venezia 74) Guillermo Del Toro, ci sono tre attori puri (la danese Trine Dyrholm, l’austro-tedesco Christoph Waltz quello di Inglorious Bastards, l’inglese Naomi Watts),  e quelli che oltre ad essere registi e produttori, hanno solcato quasi tutte le altre professioni della settimana arte compresa la recitazione (la taiwanese Sylvia Chang, il francese Nicole Garcia, l’italiano Paolo Genovese, la polacca Malgorzata Szumowska (del meraviglioso L’Orso, Orso d’argento a Berlino 2017), il neozelandese Taika Waititi

 

A Orizzonti presiede la la regista, sceneggiatrice e produttrice greca Athina Tsangari. In giuria: l’americano Michael Almereyda, l’iraniana Fatemeh Motamed-Aria (Simin), il critico francese Frédéric Bonnaud, l’egiziano Mohamed Hefzy, la canadese Alison Mclean, l’italiano Andrea Pallaoro il cui Hannah valse la Coppa Volpi a Charlotte Rampling l’anno scorso.

 

 

 

Riapre l'Hotel des Bains (solo fino al 16 settembre) con una mostra sulla storia del festival aperta anche in notturna

 

 

L’Hotel Des Bains riapre, fino al 16 settembre (anche in notturna, ingresso libero) per una mostra che celebra le storie e l’attualità della Mostra del Cinema, con 1400 immagini tratte dall’Archivio ASAC che cura ‘Il cinema in mostra. Volti e immagini’ con Alberto Barbera.

Voluta fortemente dalla Fondazione La Biennale che ha chiesto al gestore (Coima di Manfredi Catella, il fondo che possiede anche l’Excelsior dopo l’uscita di scena dei precedenti proprietari) di aprire le porte del piano terra e del giardino dell’hotel che fu il segno di un glamour ormai sparito dal Lido, l’esibizione è oltre ogni aspettativa. Raggruppata per anni in modo da percorrere tutta la spina dorsale di una ricchissima storia (oltre 86 annualità, dapprima Biennale come quella d’arte, in alcuni casi soppressa per gli sconvolgimenti nazionali e internazionali, in altri cancellata per la vergogna del fascismo) è composta anche di filmati, di brevi spezzoni di film (quello più straordinario Estasi di Machaty, 1933) e di immagini dei luoghi che furono, tra cui l’arena di fronte all’Excelsior e molte foto delle star colte anche al di fuori del red carpet.

Il livello di emozione è altissimo per chi come me non è mai entrato al Des Bains, chiuso da oltre 10 anni. Ma anche per chi ci ha passato le sue estati o chi, residente al Lido, usava trascorrere i suoi pomeriggi nella grande piscina. Il parco non è accessibile ma la terrazza laterale lo fa intuire in tutta la sua bellezza.

In ogni caso, alle emozioni del luogo (e alle speranze, che però nessuno osa veramente ammettere, di un nuovo rinascimento dell’isola veneziana) si sommano tutte insieme le emozioni di ripercorrere registi ed interpreti di tutte le più grandi pellicole della storia moderna del cinema. Straordinari, in particolare, gli still life scelti dai film per raccontarli in un solo frame.

 

 

Orizzonti, apre il 75mo festival un film (Netflix) sul caso Cucchi

 

Alessio Cremonini è un regista di fiction con il debole per la scrittura (sua la sceneggiatura di Private scritto a quattro mani con i Costanzo, sua anche quella del film in arabo Border prodotto dall'ottimo Francesco Melzi D'Eril).

Del caso Cucchi, emblema del baratro in cui versa la democrazia italiana, si era interessato con un soggetto prima ancora che Sulla Mia Pelle vedesse la sua strada d'inizio (con Lucky Red). 

Il film (fotografia cruda, realista di Matteo Cocco, che ha firmato anche Pericle il nero) lo vedremo in 100 minuti (oltre che a Venezia) su Netfllix dal 12 setttembre (e in sala). 

Narra senza nessuna reticenza gli ultimi sei giorni di vita di Stefano Cucchi interpretato da Alessandro Borghese (con Jasmine Trinca nel ruolo della sorella Ilaria).

Coraggiosa è stata la scelta di aprire la mostra del Cinema 2018 a Venezia con un film inchiesta implacabile che si occupa degli ultimi giorni di vita di un ragazzo italiano - un passato da tossicodipendente archiviato con un lavoro e con una vita normale - che finisce per essere ucciso dalle percosse di due carabinieri che non denuncerà mai per paura di essere torturato ancora (questa ovviamente, è una ricostruzione post accadimenti, col regista frammisto alle verità processuali e alla narrazione della storia dal suo punto di vista). La storia, ricordiamolo, è datata 2009 -  il primo processo si chiude con un'assoluzione, il secondo soltanto nel 2017 da un nome ai colpevoli, due carabinieri - ed è solo, nella triste contabilità delle crude cifre, solo una delle oltre 170 morti in carceri italiane. Troppe per un paese che si definisce civile.

 

 

Quale cinema nazionale (se ha ancora senso di parlarne) è più in buona salute?

 

L’exploit di critica e pubblico dopo Sulla mia pelle ci ha fatto venir voglia di leggere i film in filigrana, semmai abbia ancora senso - verificando lo stato di salute delle filmografie nazionali.  

Non entusiasma (affatto) il primo di una massiccia truppa di cineasti israeliani presenti - e molto pompati - a quest’edizione del festival. Erom (Stripped) nella sezione Orizzonti è un lunghissimo film dislessico, prevedibile e nonostante questo, assai sconclusionato che affronta un tema - l’instabilità mentale, in particolare gli attacchi di panico - che invece affronta benissimo il francese Enkas (Food Truck) della regista Sarah Marx, tutto concentrato sulla depressione e sulla marginalità di chi soffre di questa patologia. Nato, come ha spiegato la regista al question time alla fine della applauditissima proiezione, da un laboratorio teatrale all’interno di un carcere (Maison Arles) che lei stessa ha condotto, ha generato un circolo virtuoso tra attori professionisti, operatori e la sceneggiatura conseguente, scritta a quattro mani dalla regista e dal produttore principale. Da non perdere. Come del resto uno dei film francesi in concorso a Venezia 75, Doubles Vies (Non Fiction) di Olivier Assayes, con un cast convincente ed i tempi giusti a partire da una commedia degli inganni e degli errori che si dipana attorno ad un milieu di coppie tutte attive nel campo culturale (scrittori, editori, attori). Vista la giuria di quest’anno, potrebbe ipotecare qualche premio.

 

Alle Giornate degli Autori spicca Josè di Li Cheng: una storia in punta di piedi - senza climax perché non ce ne è bisogno - che narra la storia di un amore gay reso impossibile dalla povertà e dalle convenzioni sociali. Sullo sfondo del Guatemala rurale.

 

Gli occhi del box office USA sembrano puntati su First Man il lunghissimo e muscolare film-biopic di sei anni della vita di Neil Armstrong prima del suo sbarco sulla Luna firmato dal regista Chazelle (e prodotto da Spielberg). A parte una consigliatissima necessità (i tappi per le orecchie), di questo blockbuster non riferiamo alcuna emozione se non la fine ricostruzione storica di ogni parte di vita di quegli anni, dai costumi agli ‘arredi spaziali’ della Nasa. Nelle sale dal 31 ottobre.

 

 

The Favourite ipoteca il Leone D'Oro

 

The Favourite è una gran prova di regia e produzione di Yorgos Lanthimos, il regista di film eccezionali, arguti e indefinibili in un solo genere (tra gli ultimi, The Lobster e The Killing of the Sacred Deer). Se possibile, questo supera gli altri e non perché è (anche) uno straordinario film in costume. 

Stavolta Lanthimos, piuttosto aderente alla storia del paese e ad una affresco più generale del warfare britannico in quegli anni, racconta gli ultimi anni del regno della Regina Anna (Olivia Colman) da una prospettiva unica, senza mai uscire dal Palazzo: gli intrighi di corte e le battaglie tra la sua favorita (Lady Marloborough, aka Rachel Weisz) ed i suoi detrattori fino all’avvento di una nuova favorita – una giovane e volitiva ex dama caduta (Abigail, aka Emma Stone) in disgrazia e ‘venduta’ come cameriera o prostituta sin dai suoi 15 anni di età che arriva a corte con un affidavit e scala rapidamente le posizioni di potere fino a scalzare l’amante e amica di lunga data della regina.

Musiche originali e costumi straordinari (Sandy Powell) così come il set design (Alice Felton), è la fotografia del film (Robbie Ryan)  a far risaltare le solite doti di eccellenza della scrittura di Lanthimos, che produce anche il film.

La storia è nota per biografi, storiografi ed il grande pubblico. Il merito del regista è aver scelto di narrare le pieghe della psicologia femminile – e della sua condizione  di quegli anni – in maniera così asciutta ed aderente da andare oltre l’affresco di genere e rendere (drammaticamente) attuali le sue osservazioni.

E’ già Leone d’Oro – peccato vederlo doppiato, in Italia dal 29 gennaio prossimo.

 

 

Frères Ennemies, Suspiria, Amanda, La noche de 12 anos, Charlie Says

 

Il cinema francese è il più rappresentato a questa edizione del festival (Variety ha contato 40 film fatti o co-prodotti dall’industry di quel paese). Se come vi abbiamo già raccontato la commedia Double Vies (Non Fiction) aveva già strappato parecchi consensi (e pare sia stata venduta benissimo), Frères Ennemies (il secondo in concorso a Venezia75 in ordine di visione) è un thriller che affonda ottimi artigli nell’irrisolta questione sociale dei francesi delle colonie con una storia tra un poliziotto buono che sfrutta le sue origini da banlieu per ottenere informatori tra i marocchini del suo ex-quartiere e due spacciatori di piccolo calibro che tentano la fortuna con una grande partita di cocaina che finirà per distruggere le loro, già tormentate, vite.

 

E’ Amanda, in gara ad Orizzonti, a strappare però la più lunga standing ovation tra i francesi in gara al terzo giorno di festival. Su una sceneggiatura originale firmata a quattro mani dal regista Mikhaël Hers e Maud Emelin, il film è un grande affresco di Parigi (‘con la sua elettricità’ come afferma il regista parlando con il pubblico) in tutta la sua interezza, stragi terroristiche incluse. La levità del tocco di direzione e di scrittura fa sì che il pubblico viaggi con due splendidi personaggi, accomunati dalla disgrazia di perdere una persona amata (Sandrine, madre single di Amanda e sorella del giovane David) che formano una nuova famiglia. La paternità non voluta, la maternità fortemente voluta, il crescere da bambini con prove insanabilmente più dure di quelle che si potrebbe affrontare e una certa resilienza a trattare il terrore come parte di un’altra delle visioni molto soggettive di questi cittadini sono alcuni dei plus più rilevanti del film. Grande prova di recitazione di Vincent Lacoste nei panni di David e della piccola Amanda/Isaure Moultrier. 

 

Il 1 settembre è stato anche il grande giorno di Luca Guadagnino il primo degli italiani in visione nella competizione ufficiale con il remake di Suspiria che usa la sceneggiatura originale di Dario Argento - scritta con la moglie Daria Nicolodi. Cosa salvare e cosa gettare dalla rupe? Sicuramente le musiche (Thom York, Radiohead), le scene ed i costumi (del resto Guadagnino ci aveva abituati già molto bene con le ricostruzioni storiche in Call Me by Your Name) mentre la durata è un po’ eccessiva. Oltre due ore e mezzo per un horror che in realtà non lo è - le scene splatter molto molto circoscritte e sicuramente non debordanti - con il personaggio principale dato ad un’attrice che lui deve amare molto (Dakota Johnson) ma che nella parte non sembra molto tarata - la sua espressione monocorde angelicata poco aderisce alla storia che è ovviamente già nota a tutti. Al contrario, il personaggio di Tilda Swinton (Madame Blanc) è recitato con una grande maestria ed ampiezza di toni che la rendono di fatto la coprotagonista che mangia la protagonista. Su Amazon Prime e forse nelle sale da novembre.

 

Il pubblico di Orizzonti è andato letteralmente in delirio per La noche de 12 anos una storia vera e turpe della politica uruguaiana (che sarà in cinema selezionati e poi su Netflix, oltre che su ZDF in Germania): la tortura di avversari politici durante la dittatura dei militari. Alcuni attivisti imprigionati per terrorismo vengono sottratti alle prigioni ufficiali e inviati in veri e propri luoghi segreti dove sono stati angariati nel modo peggiore - dalla privazione della luce, del movimento, del sonno, a quella del cibo, a quella del dialogo con alcuno, la privazione della lettura, dell’acqua per lavarsi e per bere….

 

Il film narra della storia di tre di loro e li segue per 12 anni, tanto è durato questo regime estremo di confino e carcere duro. Poi il paese cambia e vengono scarcerati, non senza minacce di morte successiva. Uno di questi diverrà presidente dell’Uruguay (José Mujica), un altro un deputato (Eleuterio Fernández Huidobro)  e l’altro (lo scrittore Mauricio Rosencof, autore del libro Memorias del Calabozo su cui anche si basa il film) un assessore del comune di Montevideo.

 

Una co-produzione argentina, francese, spagnola e uruguaiana (quest’ultima solo in kind), ha visto una gestazione lunghissima e un percorso travagliato, ma il regista e sceneggiatore Alvaro Brechner - visibilmente emozionato dall’accoglienza della pellicola (insieme a tutto il cast presente) ha detto che era un film ‘necessario’. Soprattutto per la memoria di chi è sparito senza più fare ritorno (la storia narra solo di 3 torturati per 12 anni, ne furono prelevati 9 dalla stessa prigione ufficiale dei tre a cui il film si riferisce ma della loro sorte non si è più saputo nulla).

 

Lungamente atteso - e un pelo al di sotto delle aspettative - il film sulla storia delle ‘vittime’ di Charlie Manson, Charlie Says: basato anch’esso su un libro affronta un momento delicatissimo nella vita di tre giovani detenute, inizialmente sentenziate di morte e poi di carcere a vita con isolamento, poiché quando erano plagiate dal santone si erano rese colpevoli di efferati omicidi. Il momento in cui prendono coscienza della gravità delle loro colpe arriva grazie al prodigioso lavoro di un’insegnante di carcere che convince la modernissima direttrice della prigione a dare loro un’istruzione. Due di loro moriranno in prigionia, che viene attenuata dalla rottura dell’isolamento mentre una, la prima che ha iniziato il pentimento, è ancora in vita.

 

 

Il cinema palestinese in competizione

 

Tel Aviv on Fire è il secondo lungometraggio del regista palestinese Sameh Zoabi (anche il co-sceneggiatore), coprodotto da un bundling israeliano e francese. Il film, in competizione ad Orizzonti, strappa numerosi applausi e narra la storia di un gruppo di lavoro di una soap opera molto seguita sia da israeliani sia da palestinesi e girata a Ramallah, quindi interamente palestinese. E’ una soap storica, che parla dei concitati attimi prima della guerra del 1967.

Il protagonista della pellicola è un giovane, nipote del deus ex machina della trasmissione, che alle prime sembra sfaccendato e senza alcuna capacità: al suo primo giorno di set combina guai. Per via dell’improvviso licenziamento della sceneggiatrice principale a lui tocca precipitosamente prenderne il posto. Nessuno ha veramente fiducia in lui e per una parola di troppo ad un check point (il palestinese abita a Gerusalemme e deve attraversare due volte al giorno il check point per recarsi a lavorare a Ramallah) con un capitano – geloso della moglie che è completamente rapita da una soap poco o affatto sionista secondo lui – si trova a dover condividere col soldato la ‘scrittura’ del personaggio a lui affidatogli. Il soldato vuole imporre il suo livello di romanticismo e nonostante le angherie subite, il giovane sceneggiatore trova il modo di resistere. Non solo in modo ironico, ma spiegandogli perché ‘un matrimonio’ dei due popoli è impossibile stanti le violenze imposte per così tanto tempo.

La comicità cresce via via al crescere della violenta ingerenza del soldato nella vita del giovane scrittore se non si fosse piegato alle sue volontà, portando i piani della storia verso una diversa inquadratura dei gravi problemi dell’occupazione israeliana a danno dei palestinesi, incluso un ben delineato scontro di generazioni e di percezione del valore attuale dell’occupazione e del linguaggio muscolare e cieco che da ambo le parti sembra prevalere. Il film, la cui spina dorsale è completamente pervasa da una comicità irresistibile anche quando si parla di gravi tragedie, ha ovviamente un happy ending, che non dimentica – per usare le parole del regista – i problemi sul terreno da decenni ed una pace sempre assai lontana.

 

 

 

 

Il Giorno che ho perso la mia ombra; Accusada, Napsazalita, Werke ohne Autor (Never Look Away), Vox Lux: cosa perdere e cosa no

 

Soudade Kadaan è la coraggiosa regista siriana che ha portato sugli schermi un lungometraggio in molti sensi arthouse sulla psicologia degli inermi coinvolti in un conflitto, il suo, in terra siriana. Di prepotente attualità – sia dal punto di vista politico perché questa guerra è lungi dall’esser finita che dal punto di vista produttivo – il suo film Yom Adaatou Zouli (Il giorno che ho perso la mia ombra) è una coproduzione arabo-olandese e libanese-siriana (lei stessa firma la produzione con sua sorella e l’Huber Bals Fund dell’ottimo Rotterdam Film Festival è uno degli sponsor) ed è un film tutto al femminile anche nella storia della pellicola che riesce a trasportare il pubblico in una zona poco dibattuta dalle news: come vive, davvero, un popolo in guerra – soprattutto donne, vecchi e bambini senza dimenticare i ‘resistenti’ che lottano per tutti a scapito della propria esistenza. Per questioni di sicurezza hanno maggiormente girato in Libano (un altro film nelle Giornate degli Autori è invece un documentario dalle zone pure di guerra: Lissa Ammetsajjel e curiosamente racconta in presa diretta la stessa città che compare nel film di Kadaan, Douma). Le attrici e tutto il resto del cast venivano da più paesi e per molti è stato difficile avere visto di ingresso nel paese per via del loro status di rifugiati (le attrici protagoniste vivono in Francia e Germania, ad esempio).

 

Il perché del titolo? La regista lo ha spiegato al q/a con il pubblico, che ha incredibilmente festeggiato tutto il cast e ha chiesto numerosi autografi alle protagoniste. ‘Avevo visto un film su Hiroshima, città completamente rasa al suolo, dove a restare erano solo le ombre dei suoi pochi cittadini rimasti in piedi. Qui, in Siria, anche le ombre sono scomparse.’

 

Accusada, in concorso a Venezia 75, è un legal drama argentino prodotto anche grazie al Production Bridge del festival. Non graffia come un altro in concorso (Frères Ennemies, che per l’esattezza è un poliziesco) sia per fotografia sia per le prove attoriali i ma è invece interessante per lo sviluppo della sceneggiatura.

 

Delude, incredibilmente, il film ungherese in concorso, Napsazalita (Sunset), un lunghissimo e mal creato delirio in costume della Budapest al finire dell’Impero.

 

Un successo (imperdibile), è il terzo ed ultimo film in costume o storico in concorso (tolti i western): si tratta di Werke ohne Autor (Never Look Away) del tedesco Florian Henckel von Donnersmark che ha già vinto un Leone nel 2009. E’ una straordinaria, inusuale fotografia di un paese visto da più piani, tutti concludenti e tutti mischiati con la giusta alchimia: la Germania. Dall’Eugenetica nazista al boom economico dopo la ricostruzione con un punto prospettico inusuale e del pari unico: dagli occhi e dalla statura di grandi artisti contemporanei che all’epoca studiavano con altrettanto grandi artisti, uno su tutti Joseph Beuys, tra le accademie di Berlino (Est) e di Dusseldorf. Nelle sale dal 4 ottobre.

 

Il film, la cui durata monstre di oltre tre ore è assolutamente perfetta (grazie ad una fotografia impagabile e alle musiche di Max Richter) si concentra ad analizzare (impietosamente e crudamente) la storia di un paese a partire dal valore della verità e della realtà per quello che (anche crudamente) essa trasporta se guardata senza ‘distogliere lo sguardo’. Il regista co-produce il suo lavoro e ipoteca seriamente un premio soprattutto per la maniera che ha di andare contro ed oltre il genere cinematografico, che molti suoi detrattori gli rinfacciano spesso. Non è (solo) una storia d’amore che va oltre le generazioni e non è (solo) un film sulla pazzia – individuale e collettiva – e non è di certo un vuoto rincorrersi di metafore di taglio storico. E’ una prodigiosa e coraggiosa trattazione del nazismo in un momento in cui nelle città ritratte dal film (a partire dagli anni 40 e fino al 1965) è prepotentemente ritornato non solo di moda ma di attualità politica. Spesso il cinema si sobbarca il compito di ricordare il nome delle cose, quel ritratto dal vero così mirabilmente assunto a immaginario, utilizzando la storia dell’arte moderna e contemporanea tedesca come incredibile vocabolario, storico ed estetico, della pura ‘attualità’.

 

Vox Lux per molti la nuova inutile e controversa pellicola dell’enfant prodige Brady Corbet è invece una storia forte e strenuamente voluta dall’autore e dai suoi produttori (oltre alla cantante pop australiana Sia, gli attori protagonisti Natalie Portman e Jude Law). Con un trattamento fotografico estremo ma mai bizzarro e soltanto funzionale a far apparire la fiction come un documentario su una bambina prodigio che scampa alla solita sparatoria in una scuola media dell’America di mezzo e diventa – con l’aiuto della sorella (interpretata da Stacy Martin, che è anche in Amanda e curiosamente interpreta una delle scampate vittime all’attacco terroristico che pure è un tema del film) – una famosa cantante pop. Il film ne racconta l’ascesa e la discesa agli inferi, tra droga ed alcolismo, fermandosi sull’orlo di una rinascita, costellata di cadute ed eccessi come i capitoli precedenti. Affresco di qualsiasi luogo anche se girato negli States, il film ha il pregio di raccontare ottimamente (cosa che non fa assolutamente, ad esempio, Accusada pur analizzando la psicologia di persone di pari età) la questione giovanile di qua e di là dal palco, dal centro dell’attenzione mediatico e sociale. Non aspettatevi ne’ un musical ne’ un biopic, questo film – in concorso a Venezia 75 dove la Portman potrebbe ipotecare un premio - è ancora una volta una fiction psicologica ad alto impatto emotivo (ed il genere è il più frequentato del festival: la differenza sta nel dove il regista mette la sua penna e la sua camera).

 

 

 

22 July, Nuestro Tiempo, Les Estivants, Un Giorno all’improvviso, Tchelovek Kotorij udivil vseh

 

La truppa – ottima e abbondante – di Netflix a Venezia75 si conferma molto vicina a titoli o menzioni anche con July 22 (anche se molti critici danno Roma di Cuaron per assoluto favorito vista la giuria sudamericana di quest’anno). Il britannico Paul Greengrass fa ancora una volta centro quando imbraccia la macchina da presa come se scrivesse un reportage e racconta la storia di Breivik e delle sue vittime (l’attentatore e lupo solitario di estrema destra che fece 77 vittime e oltre 200 feriti, per la maggior parte gravi, in due distinti attentati in Norvegia compiuti lo stesso giorno con movente razziale).  Il film sarà anche in sale selezionate da ottobre.

 

Inchieste giornalistiche e sociologiche hanno ampiamente fatto luce su questi fatti di sangue – e un altro film prima di questo – ma il merito di 22 July è parlare ad ognuno di noi in merito alla forma di stato che pensiamo sia abbastanza democratica per le sfide che sembrano scalfirlo oggi. Il film inizia poco prima degli attentati e finisce al termine del lungo giudizio in tribunale – accanto sia all’attentatore sia all’avvocato (laburista) che accetta di difenderlo in mezzo a minacce e ostracismo verso la sua famiglia. E accanto al faticoso recupero delle vittime rimaste vive.

 

Netflix si conferma scommettere su uno specifico segmento di pellicole: se non è autobiografico o comunque con un drive tutto poggiato sulla specificità geografica o di genere, il gigante dello streaming privilegia storie d’attualità il cui fine documentario si distacca dalla ‘classica’ interpretazione a cui eravamo abituati. Lunghezze mediamente estese, grande spazio all’azione non senza una fine introspezione sul personaggio. Ormai non è solo il legal o l’action drama lo stile che incontra i favori di un vasto pubblico internazionale ma l’approfondimento emozionale accanto a una scrupolosa indagine sulle fonti, perché spesso si scelgono certi temi e titoli anche per questioni di edutainment. Chi può aver approfondito una storia norvegese mettiamo, in Sudafrica e viceversa?

 

 

 

Nuestro Tiempo del messicano Carlos Reygadas (anche sullo schermo come personaggio principale insieme alla moglie) è una pellicola straordinaria che ha due pregi: raccontare un Messico mai visto e portare la poesia e la fine scrittura d’amore (lettere, email, note scritte a penna) come quarto personaggio principale. E’ la storia di un grande amore che si incrina perché lei – stanca di una forma di possessività unica nel suo genere, vivendo i coniugi una coppia aperta – decide di trovare ‘la sua strada’ e complice un love affair in realtà senza capitale importanza con un allevatore di cavalli che passa al loro ranch (la coppia – lui un famoso poeta, lei la donna più bella della regione - possiede un allevamento di tori in un brano di campagna del Messico che spezza il fiato in quanto a bellezza e ha tre splendidi figli) mette in discussione tutto.

 

Il film ha un registro singolare e la durata monstre fila via come un lampo: al dipanarsi delle stagioni raccontato con una fotografia a campo lunghissimo si affianca – sempre puntellato da storie scritte e lette  che costellano la recitazione pura – la maturazione e forse la corruzione di una forma di amore che degrada in qualcosa d’altro. La fine del film non risolve l’enigma ma promuove una importantissima variante – il tempo – non solo a decisore finale ma anche a prospettiva indispensabile per capire le cose. Solo che il tempo spesso scorre in modo diametralmente opposto anche tra due persone che sono così vicine e che si amano così profondamente…Si è disposti ad attendere?

 

 

 

Anche Les Estivants (fuori concorso, con più screening dell’ottimo documentario di Minervini che è in gara!) si diletta con questioni semi-autobiografiche ma è totalmente inconsistente e Valeria Bruni Tedeschi si ripete quasi uguale a se’ stessa parlando ancora della sua famiglia in una tragicommedia (oltre alla regia firma la sceneggiatura ed è ovviamente la protagonista principale) francamente non necessaria, sebbene abbia qualche pregio, forse il migliore  è la ottima interpretazione di Valeria Golino.

 

 

 

Una sceneggiatura originale in parte ispirata dalla vita di Cassano, il giocatore italiano di calcio dal carattere non propriamente semplice, e in parte dagli scritti della Norwood (Un giorno all’improvviso) sta alla base di una ottima prima prova di regina del campano Ciro D’Emilio in gara a Orizzonti. La storia – come L’Enkas e come altre pellicole sia tra quelle che vi abbiamo raccontato fin qui sia di altre che scoprirete presto sugli schermi – ruota ancora una volta intorno alla salute mentale e al peso della malattia visto dagli occhi dei familiari. Una giovane promessa del calcio non ancora diciassettenne fa da ‘madre’ a sua madre – con gravi problemi mentali e dipendente da droga ed alcol – mentre cerca di occuparsi della casa e della sua vita, incluso il progresso della sua carriera di calciatore. Il film è stato accolto dal oltre 9 minuti di applausi alla proiezione ufficiale e ha già avuto molto interesse all’estero (la prima tappa dopo Venezia è Annecy). Sicuramente lo vedremo presto anche sugli schermi italiani.

 

Un trattamento di colore che ricorda una fotografia di Tillmans o una delle serie luminose mostrate anni fa da Rehberger al Palais de Tokyo tiene egregiamente insieme una storia lentissima e a tratti resa insofferente al pubblico ma non priva di fascino. Parliamo del film russo Tchelovek Kotorij udivil vseh firmato da Natasha Morkulova e Aleksey Chupov ed in gara ad Orizzonti. Altra opera prima che si concentra sul rapporto tra malattia e famiglia e narra la storia di una Russia rurale, piena di preconcetti e pulsioni razziste: un soldato dalla vita apparentemente tranquilla nasconde alla moglie (incinta del loro secondo figlio) ed al resto della famiglia di essere un malato terminale perché vuole preservarli dal dolore. Quando il male lo attacca troppo, perde la ragione e viene affetto da mutismo e travestitismo. Il paese lo deride, percuote e isola e la moglie sembra fare altrettanto…

 

I premi principali

 

I premi di Orizzonti 2018 sono estremamente politici. Vince un ottimo film tailandese, diretto da Phuttiphong Aroonpheng: Manta Ray. Una storia dedicata ai Royhinga e alle disgrazie delle popolazioni paria. Il film ha due chiavi di lettura, una molto soggettiva ed una di un’epoca il tuo travaglio è ben lungi da essere finito (la fotografia rimanda alle immagini sfocate dei sogni o degli incubi). Un giovane pescatore salva un uomo quasi cadavere con una pallottola in petto, accasciato nel fango di in un bosco di mangrovie, gli da un nome un tetto e le cure e poi sparirà misteriosamente: il salvato prende il posto del salvatore nella casa e negli affetti e - sebbene muto - ne vive la sua vita. Fino ad una nemesi che lo porta indietro alle mangrovie e a quel momento quando il salvatore riappare altrettanto misteriosamente. 

 

Il film kazako Oren vince il premio per la migliore regia, autore Emir Baigazin mentre l’ottimo The Announcement - film turco che forse avrebbe meritato di più - un premio speciale della Giuria.

 

Se l’attribuzione del premio come migliore interpretazione femminile ha lasciato tutti di stucco (Natalya Kudryashova del film non brillante The Man Who Surprised Everyone) se non fosse per il tema trattato (l’attrice ha ringraziato Venezia perché in Russia questo cinema non può esser ne’ fatto ne’ mostrato), quella maschile è stata accolta con un’ovazione: ha vinto l’attore palestinese Kais Nashif che in Tel Aviv on Fire fa la parte del posticcio autore della telenovela più seguita (da arabi come da israeliani) e tiene testa allo spregevole capitano dell’esercito d’occupazione. Visibilmente scosso da tremare - anche perché come ha ammesso, lui non è ancora riuscito a vedere il film - l’attore ha detto che dedica il film a tutti i suoi colleghi, a una sola grande nazione di attori.

 

Tra i cortometraggi il migliore vince (Kado), un mini-film indonesiano feroce e dolcissimo insieme. Non si comprende la nomination a Gli Anni per gli European Film Awards, sinceramente.

 

Ampiamente previsti tutti i premi del concorso maggiore, Venezia 75, che premia Netflix senza se e senza ma con il Leone d’Oro a Roma di Cuàron. Gran Premio della Giuria a The Favourite dove Olivia Colman porta a casa anche la Coppa Volpi come migliore interpretazione femminile. Leone d’Argento al film francese che ha messo d’accordo tutti, The Sisters Brothers di Jacques Audiard (che saluta da casa, essendo partito e non avendo fatto ritorno a Venezia come d’abitudine per un premio così importante). Migliore attore maschile, il Van Gogh di Dafoe in Eternity’s gate di Schnabel. Altro film Netflix ad incassare un premio pesante è il western dei Cohen in sala da Novembre prossimo, The Ballad of Buster Scruggs e grande felicità la coppa Mastroianni ad un attore del futuro al giovane interprete indigeno (Baykali Ganambarr) di The Nightindale che porta a casa anche il Premio speciale della Giuria con un commosso discorso della regista (unica donna in gara nel concorso maggiore) l’australiana Jennifer Kent che incoraggia le donne a farsi avanti e ricorda che il femminile è la parte più importante, creativa ed energetica del pianeta. Baykali ovviamente dedica il suo premio alla sua terra, la Tasmania.

 

Last but not least, forse il premio che ha fatto felici i cinefili più agguerriti: il Premio De Laurentis opera prima (50.000 $ a testa tra produttore e regista) alla grande regista siriana Soudade Kaadan (e a sua sorella produttrice) del film The Day I Lost My Shadow.

 

Cosa dire, alla fine di un festival che tenta tutte le strade per tenere testa agli altri che hanno il mercato (la Virtual Reality, l’apertura a Netflix)? Venezia continua a crescere nonostante la sua lunga storia, Orizzonti è una sezione sempre più interessante dai lungimiranti numeri d’ingresso anche del pubblico generalista e speriamo che l’associazione con Netflix porti l’industry a riflettere su quali possono essere i film davvero necessari.