Le guerre per l'acqua nei secoli

A che punto sono, anche in Italia, i goal di Agenda 30?

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02-01-2026
categorie: Architettura, Non profit, Libri, Politica,

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Le guerre per l'acqua nei secoli

A che punto sono, anche in Italia, i goal di Agenda 30?

Acqua: diritto umano inalienabile, bene pubblico e madre di tutte le guerre (anche) del XXI Secolo

Dr. Diana Marrone

Sommario: 

1. Tra soft law e trattati: Agenda 2023 e Water Convention;

2. La nuova conferenza Onu sull’acqua nel 2026 e quanto è lontana l’Italia dai goal di Agenda 2030 

3. La scarsità significa guerra: la timeline delle guerre dell’acqua, il caso Roia e i contratti di fiume transfrontalieri

 

‘All night I hear the noise of water sobbing. All night I make night in me, I make the day    that begins on my account, that sobs because day falls like water through night. (…)’

‘E’ tutta notte che sento il rumore dell’acqua che piange. E’ tutta notte che mi faccio notte, che faccio che il giorno inizi sul mio conto, quel singhiozzare perché il giorno cade come acqua nella notte. (…)’

 

Alejandra Pizarnik (Argentina, 1936-1972) from The Galloping Hour: French Poems.

 

1. Tra soft law e nuovi imprinting liberisti: Agenda 2030 Onu e Water Convention

 

2.2 miliardi di abitanti del pianeta non hanno accesso ad acqua potabile sicura; 3.5 miliardi non hanno accesso a servizi igienici di base, mentre 2 miliardi non hanno servizi igienici di base adeguati. Estrapolando i dati relativi alla sola regione pan-europea, 29 milioni di residenti ancora non hanno accesso a servizi igienici di base mentre 16 milioni non hanno accesso a una basica e ristretta fornitura giornaliera di acqua potabile.

 

Il più recente paper delle Nazioni Unite sull’accesso alla risorsa idrica - diritto umano inalienabile eppure non universalmente costituzionale, vieppiù privatizzato che bene comune - calcola che per raggiungere i target dettati dall’Agenda 2030 per erogare a tutti acqua potabile, servizi igienici adeguati ed igiene per ogni stadio della vita, tutte le nazioni del pianeta dovrebbero incrementare sei volte gli sforzi e le azioni per gestire l’acqua potabile, cinque volte per assicurare servizi igienici di base a tutti su base quotidiana e sicura, tre volte per migliorare complessivamente l’igiene di ogni generazione, in particolare per assicurare a giovani e donne la prevenzione di problemi di salute correlate a scarsa igiene nel periodo mestruale.

Le ricerche basate sulla climatologia, la geologia e la chimica dell’atmosfera già dieci anni fa ci hanno evidenziato che l’acqua potabile diminuirà dal 30% al 40% per il 2030. E che i cambiamenti climatici metteranno in marcia almeno 250 milioni di persone che scappano già oggi da desertificazioni ed inondazioni, carestie e contaminazioni, oltre che da guerre le cui cause sono spesso esogene. 

La diminuzione della disponibilità aumenterà i prezzi a parità di domanda e alimenterà tensioni e conflitti anche inter-regionali.

 

L’organizzazione internazionale più longeva e più in crisi (le Nazioni Unite) è anche il generatore per eccellenza di soft law sull’acqua che alcune, poche, nazioni hanno assurto invece a diritto costituzionale (v. infra): si è unita ad altri decisori, agli scienziati ed ai sociologi ed ha anch’essa proposto strumenti valutativi perché un sistema paese si faccia una radiografia e trovi le aree di miglioramento.

L’Equitable Access Score-card 2.0 è a disposizione degli stati aderenti e di chiunque voglia usarlo: lo strumento permette di ‘testare’ quanto si è distanti dagli obiettivi prefissati da Agenda 2030 in termini di risorse idriche accessibili e, soprattutto, dallo stato dell’arte del pianeta. Aiuta ad analizzare le aree di miglioramento a ciascun governo (e ad altri portatori di interesse in fatto di acqua) grazie alla fissazione di una misura di base dell’equità dell’accesso all’acqua e agli strumenti di igiene: ogni nazione, che ha una situazione diversa dalle altre, può identificare priorità, valutare i progressi ottenuti dall’implementazione di politiche e regolamenti, infine discutere ulteriori azioni da compiere.

Altro strumento fondamentale per comprendere come l’Onu affronti la doppia natura dell’acqua - vita e morte, quest’ultima attraverso le guerre - è il trattato sulla Protezione e sull’Uso dei corsi d’acqua transfrontalieri (Convention on the Protection and Use of Transboundary Watercourses and International Lakes detta anche Water Convention) adottato ad Helsinki nel 1992 (entrato in vigore nel 1996). Il diritto dei trattati genera obbligazioni legislative a seconda della propria tradizione legislativa (i trattati hanno lo stesso rango o jus congens come la produzione parlamentare o governativa). 

Promuove il management sostenibile delle fonti condivise, l’implementazione dei Sustainable Development Goals, previene i conflitti, promuove pace ed integrazione. Il trattato chiede alle parti di prevenire, controllare e ridurre impatti transfrontalieri, usare questo tipo di acque in modo ragionevole ed equo. Gli stati che condividono fonti devono cooperare fondando enti ed accordi puntuali e specifici. Vedremo nel capitolo 3 quanto questo sia vero anche per l’Italia e quanto questi strumenti possano essere utili in casi di relazioni diplomatiche azzerate (confine franco-italiano, valle di Ventimiglia, fiume Roja/Roia).

Questo trattato è di tipo framework (c.d. accordo quadro): non sostituisce ma si integra a trattati bilaterali o multilaterali stipulati per specifici acquiferi o bacini per migliorare la loro creazione o la loro implementazione oppure sviluppi successivi.

Inizialmente concepito come un trattato regionale per l’Europa, è stato emendato a marzo 2016 e tutti gli stati membri ONU possono accedervi. Ciad e Senegal sono diventati i primi firmatari africani nel 2018, il Ghana ha ratificato nel 2020, seguito da Guinea Bissau e Togo (2021), Camerun (2022), Nigeria e Gambia (2023). L’Iraq è stata la prima nazione mediorientale a ratificare nel marzo 2023. La Namibia si è unita nel giugno 2023 come prima nazione del Sudafrica, seguita da Panama - primo stato sudamericano - un mese dopo (luglio 2023).

Questo trattato è molto importante per Agenda 2030 e per i suoi capitoli: supporta direttamente l’implementazione dell’Obiettivo 6.5 (le nazioni devono implementare un management dell’acqua integrato) e gli obiettivi 2, 7, 13, 15, 16, 17, 11.5.

 

2. La nuova conferenza Onu sull’acqua nel 2026 e quanto è lontana l’Italia dai goal di Agenda 2030

Nel 1947 il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc) ha istituito una delle cinque commissioni regionali dell’organizzazione internazionale, la United Nations Economic Commission for Europe (UNECE). Ve ne fanno parte 56 stati (inclusi Italia, la Federazione Russa, l’Ucraina, gli Stati Uniti, il Regno Unito, Israele che vi partecipa dal 1991 con uno status temporaneo mentre è parte delle Nazioni Unite dal 1949,).

L’UNECE è forse l’agenzia ONU che si è occupata più di acqua negli ultimi 25 anni, che coincidono con l’aumento esponenziale di conflitti per la nuova frontiera delle violazioni dei diritti umani: prevenire o interrompere brutalmente l’accesso all’acqua potabile. Non è l’unica però, fino a firmare una sorta di Babele non vincolante di corpi, comitati, agenzie e consigli sul tema urgente di ridurre i divari socio-economici e migliorare l’accesso all’acqua potabile nel mondo.

 

Il protocollo sull’acqua (Protocol on Water and Health) stabilisce la quantità di acqua potabile e di igiene che deve essere assicurata egualmente ad ogni cittadino. Tre sono i fattori critici identificati per assicurare questo obiettivo: ridurre le disparità geografiche, superare la marginalità e la vulnerabilità di alcuni particolari gruppi sociali, indirizzarsi su aspetti del problema che siano realmente affrontabili per la scala del territorio, delle risorse e della loro distribuzione.

 

Nel 2023 le Nazioni Unite hanno tenuto la prima conferenza sull’acqua da 50 anni a questa parte.

Dal 2 al 4 dicembre 2026 si terrà una nuova conferenza co-ospitata da Senegal ed Emirati Arabi a Dubai, la spettacolare capitale fatta di isole. 

Questo appuntamento è l’ultimo in grado di far cambiare la pericolosa china di inefficienza per Agenda 2030 con particolare riguardo agli obiettivi sull’acqua e sarà preceduto da un meeting quest’anno a New York. Le lingue ufficiali della conferenza saranno l’arabo, il cinese, l’inglese, il francese, il russo e lo spagnolo.

 

La conferenza del 2026 ed anche il suo mid term del 2025 sono forse più importanti dei precedenti appuntamenti perché vengono dopo che le Nazioni Unite hanno fatto una mossa importante, vista la carenza di risultati: accorpare tutti gli organi e le agenzie che si occupano d’acqua con una visione meno compartimentale di quella attuale, dando luce all’ UN Wide Strategy for Water and Sanitation

 

Tra le tante tappe di avvicinamento che il nostro paese sta attraversando nel raggiungimento dei Goal (dal Millemium ad Agenda 2030), siamo deficitari su ognuno degli obiettivi predisposti. E, anziché stabilire che l’acqua è un bene pubblico ‘per sé’(in Europa solo Slovenia e Slovacchia lo hanno inserito in Costituzione dopo numerose e vincenti battaglie dei cittadini), l’acqua secondo Agenda 2030 diventa piuttosto una commodity che si acquista con prezzo calmierato equo e sostenibile. E chi non ha soldi, neanche pochi, per acquistarla? 

In barba a referendum, manifestazioni e altre proteste dei cittadini ed in barba soprattutto agli stessi Millenium Goals (Conferenza di Rio de Janeiro, 2000), alle numerose risoluzioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite che si sono succedute sul tema in particolare dal 2010.

 

Attendendosi soltanto ai dati ufficiali (senza considerare i fatti di cronaca recenti che hanno visto intere regioni a secco per mesi nell’ultimo anno nonostante cifre elefantiache spese per bacini, dighe e miglioramenti di acquedotti), dall’ultima Summer School organizzata da ISS (Istituto Superiore di Sanità) e WHO (Organizzazione Mondiale della Salute), apprendiamo che in merito all'SDG 6.1 (accesso universale nel 2018) ill 4,2% della popolazione italiana non ha ancora accesso al servizio idrico integrato (allacciamento acquedotto) e si serve di acqua prelevata da pozzi spesso privati. Il 10,4% della popolazione (più di 1 famiglia su 10) lamenta irregolarità nel servizio di accesso permanente all’acqua potabile nella propria abitazione. In merito all’SDG 6.3 (qualità acqua nel 2018). Un italiano su 3 dichiara di non fidarsi dell’acqua di rubinetto; solo il 33% della popolazione gode di acqua potabile di classe A e B (in linea con parametri fissati dalla Unione Europea), mentre il 30% della popolazione si colloca nella fascia di qualità più bassa. La fiducia degli italiana nell’acqua di rete resta bassa: infatti, 9 italiani su 10 consumano acqua in bottiglia di plastica e il nostro paese detiene il 1° posto in Europa e il 2° nel mondo per consumo di acqua in bottiglia soprattutto in plastica (206 litri pro-capite anno- Fonte ISTAT 2017). In merito all’obiettivo SDG 6.4 (efficienza gestionale degli acquedotti 2018), la Rete idrica italiana si caratterizza per perdite di acqua potabile pari al 41% dell’acqua immessa in rete. I sistemi di depurazione e trattamento delle acque reflue di 70 città italiane con popolazione superiore a 15.000 abitanti e 30 aree territoriali non sono conformi alle normative fissate dalle Direttive UE. Dal 2018 l’Italia paga alla Commissione 30 milioni a semestre di penali per il mancato adeguamento di questi impianti

 

3. La scarsità significa guerra: la timeline delle guerre dell’acqua, il caso Roia e i contratti di fiume transfrontalieri

The Pacific Institute è una ONG californiana: si è data un termine ambizioso - tracciare le guerre nel nome dell’acqua in tutto il mondo su base storica - e lo persegue con grande ricchezza scientifica e ramificate collaborazioni e revisioni dottorali, restituendo un prodotto la cui visualizzazione dei dati è estremamente chiara ed informativa così come le fonti bibliografiche. 

Il mondo (si prevede dai più recenti studi ONU) farà i conti con un crollo verticale del 6% dei prodotti interni lordi nazionali a causa della mancanza d’acqua dal 2050 che incentiverà ancora di più migrazioni forzate.

Non è solo la scarsità d’acqua a creare tensioni che sfociano in conflitti: la tendenza esaminata da questa entità indipendente è l’utilizzo dell’acqua come arma di guerra.

La guerra russo-ucraina ci ha reso spettatori passivi di terribili danni alle infrastrutture idriche con bombardamenti a dighe e acquedotti: in questo caso l’acqua ha seminato ancora più distruzione e morti di una bomba al fosforo, lasciando danni permanenti al territorio ed ai superstiti in termini anche di scarsità successiva (ricostruire una diga è un’opera che richiede ingenti risorse). Chi non era nato ai tempi della guerra in Kosovo forse non conosceva queste pratiche militari, che la NATO ha applicato sistematicamente in Europa e in Africa. 

Israele è la potenza mondiale più conosciuta per la supremazia della sua tecnologia dell’intrusione e del controllo (inclusi software ed app). 

Forse non molti sanno che eccelle in un altro campo: è la prima esportatrice netta di tecnologie di capillarità, di riciclo e controllo delle precipitazioni: si tratta di essenziali ed indispensabili asset tecnologici molto apprezzati da nazioni mediorientali che prima erano in guerra con questa potenza e poi hanno stretto accordi di non belligeranza e cooperazione, come ad esempio gli Accordi di Abramo, frutto in particolare della diplomazia della precedente amministrazione Trump. 

Similmente, sempre Israele, ha di recente avuto la possibilità che agognava da 50 anni a questa parte: con la missione di bombardare uno stato sovrano (il Libano) in tutta la sua interezza. Con la scusa di liberarsi dei fiancheggiatori libanesi dell’attentato subito il 7 ottobre scorso, ha bombardato massicciamente tutta la popolazione civile che non era riuscita ad abbandonare il paese ma soprattutto ha fatto largo ai suoi tank di terra per occupare militarmente l’area delle fonti libanesi scacciando a suon di cannonate le forze di interposizione ONU (Unifil) e annichilendo numerosi villaggi e città libanesi con una scia di morti impressionanti. Il contingente ONU è una forza di peace keeping composta da soldati di ogni nazione posizionata proprio dove sgorgano sei fonti importanti per tutta la regione a cui da tempo Israele mirava. 

Prima delle azioni che hanno portato allo sterminio di oltre 50.000 palestinesi nella cosiddetta Striscia di Gaza (alcune organizzazioni indipendenti parlano di oltre 70.000 morti) e al ferimento di oltre 150.000 innocenti, da 12 anni Israele impedisce ai palestinesi residenti a Gaza l’accesso all’acqua corrente (e all’elettricità) su base quotidiana oltre a intensificare raid aerei in particolari momenti dell’anno. Gaza è perciò considerato il più atroce campo di concentramento a cielo aperto mai esistito. Non ha stupito nessuno la risurgenza della poliomielite, il tifo e l’epatite su larga scala e ogni altro accidente derivato dalla scarsità totale di igiene e cibo. Prima della invasione di Gaza e della sua rasa al suolo, l’elettricità era concessa per poche ore al giorno e la conservazione del cibo era pressoché impedita.

Lo stesso accade in Cisgiordania (l’altra enclave concessa ai palestinesi dopo l’occupazione e la confisca delle loro terre che si è succeduta dal 1917, anno della Dichiarazione Balfour, al 1967, ultima grande espansione dell’occupazione dello stato palestinese da parte dei coloni israeliani). Uno degli obiettivi dell’invasione e distruzione di Gaza è la proprietà e gestione del porto omonimo palestinese che completerebbe la chiusura dell’anello di desalinizzazione di acqua marina di cui ha bisogno lo stato ebraico per garantirsi la sua agricoltura di precisione. A discapito di altre nazioni.

In questi sanguinosi mesi di attacchi e bombardamenti a Gaza, molti osservatori, inclusa la timeline di Water Conflict, hanno annotato della martellante precisione in cui IDF (Israeli Defence Force, l’esercito israeliano) ed i coloni hanno demolito acquedotti e riserve d’acqua in West Bank/Cisgiordania a tutto danno dei proprietari palestinesi.

Chi ha dimenticato le crisi petrolifere che riempivano le cronache nazionali ed internazionali (oltre che le scrivanie degli analisti) negli anni 70? Pochi negli stessi anni hanno letto e conosciuto le tante crisi e guerre o atti terroristici aventi per oggetto l’acqua. Le guerre dell’acqua sono taciute e mistificate fino a quando l’evidenza tracima dalla menzogna.

Qualche esempio. Iraq e Siria si sono contese nel 1975, a suon di milizie sui confini, la poca portanza del fiume Eufrate. Il conflitto in quel caso fu solo sfiorato, grazie alla mediazione della Lega Araba.

 

Nello stesso anno, le truppe sudafricane hanno invaso l’Angola per occupare e difendere l’acquifero e la centrale di Ruacana, incluso la diga Gove sul fiume Kunene. L’obiettivo, come citano i ricercatori del Water Conflict, era prendere possesso e difendere le fonti acquifere dell’Africa sud occidentale e della Namibia.

 

Oltre ad essere agente o arma di conflitto, l’acqua è spesso ‘ostaggio’ o casualità in un conflitto o in una protesta. Nel 1978 in Giappone un serbatoio in un’azienda di purificazione d’acqua è contaminato da alcuni cittadini che si opponevano alla costruzione di un aeroporto. In Mozambico sono stati avvelenati intenzionalmente da parte dei governanti bianchi alcuni pozzi con lo scopo di eliminare alcune comunità nere (l’agente batteriologico è rimasto misterioso).

L’Egitto e l’Etiopia sono state sempre sul piede di guerra per il fiume Nilo, specialmente il Nilo Blu che nasce in Etiopia. Quest’ultimo stato aveva in progetto di costruire nel 1979 una diga per le acque di fonte e l’Egitto si è opposto dichiarando la vitale importanza dell’acqua, in particolare Sadat dichiarò allora che ‘l’unica cosa che potesse portare l’Egitto di nuovo in guerra fosse l’acqua’. Gli fa eco molti anni dopo Boutros Boutros Ghali che nel 1988 dichiara che la prossima guerra nella regione potrebbe essere solo sulle acque del Nilo, non per la politica.

A parte episodi risalenti ai vichinghi, è con il conflitto di Napoleone contro i Russi che si inizia su scala sistematica a usare l’acqua come arma demolendo dighe o inondando canali. Esattamente come si usava il fuoco, se necessario, per bruciare tutto quello che non si volesse far cadere nelle mani del nemico. Durante la seconda guerra mondiale (due episodi, 1940 e 1944) Finlandesi e Russi reciprocamente usano l’acqua come arma nel conflitto. E alla fine della seconda guerra, i nemici dei russi riescono a distruggere più di due terzi dei sistemi idraulici dell’intero paese. La diga sul Dnipro in Ucraina è bombardata a due riprese (1941 e 43) sia dai sovietici che dai tedeschi. Dall’invasione parziale del 2014, i russi colpiscono esclusivamente infrastrutture idrauliche ed elettriche, come hanno fatto in precedenza in Moldavia con un conflitto lampo del 1992 prima che invadessero la Georgia.

Nel continente asiatico, non va meglio tra Russia e Cina che storicamente si contendono diversi acquiferi e non mi sorprenderebbe che le agenzie si concentrassero presto a scatenare incidenti proprio su questi corsi d’acqua con azioni false flag.

Dagli anni 60 ai giorni nostri nel Vecchio Continente, è il Regno Unito il più presente nella timeline dei conflitti con avvelenamenti o bombardamenti di acquiferi da parte di agenti misteriosi, gruppi terroristici e indipendentisti o altri portatori di proteste.

 

Tornando ai confini italiani, non sarebbero pochi i conflitti striscianti che potrebbero insorgere avendo l’acqua come ‘causalità o come arma’, sia a nord che ad est che ad ovest. L’attivismo di questo governo verso il ‘fourth shore’ mediterraneo di mussoliniana memoria (denominato Piano Mattei) potrebbe indispettire più di un partner di contratti di fiume transfrontalieri.

 

Prendiamo un esempio in cui ci sono già oggi ottime ragioni per usare l’acqua come arma.

Le relazioni diplomatiche dell’attuale governo italiano con quello francese si sono raffreddate, quasi a spegnersi se non fosse per una personale relazione ed un pugno di trattati firmati di fretta e furia tra i presidenti delle due Repubbliche (quello italiano non governa a differenza di quello francese). Oltre a chiare divergenze politiche e a non poche incursioni di esponenti italiani populisti a favore di cause interne francesi (dai gilet jaune ai Lepenisti), i maggiori dissidi sono causati dalla gestione dei migranti al confine di Ventimiglia e Bardonecchia. 

La Valle del Roia (Ventimiglia) è italiana a sud e francese al nord: una cospicua parte di territorio italiano fu parte delle compensazioni con l’accordo post seconda guerra mondiale e ceduta alla Francia. All’epoca, molti italiani videro nel ‘rapprochement’ ai francesi la speranza di migliori condizioni di vita.

Questa valle è anche un bacino idrografico omonimo dove insiste un accordo transfrontaliero europeo tra le prefetture ed i governi dei due membri UE, lo Eur-Eau-Pa (prima Eurobassin e Risknet) poi divento Concert Eaux (rifinanziato nel 2017). 

 

Qualora la collaborazione si fermasse per motivi ‘esogeni’ (non derivati dall’acqua ma da altre crisi come quella attualissima del transito dei migranti), oltre 400.000 cittadini rimarrebbero senza acqua da ciascun lato del confine. 

In caso di eventi estremi (inondazioni e valanghe, anche di quello si occupano questi accordi) non ci sarebbe una gestione unitaria. Senza parlare dei danni alle imprese che gestiscono le risorse idriche di falda e superficie.

Il saggio, autore Dr. Diana Marrone, è su licenza di utilizzo CC: è possibile ripubblicare con chiara citazione della fonte ed il file completo di tutte le note e citazioni è allegato a questo post)