Il Fuorisalone a Milano: guida pratica per andare oltre il 'greenwash'

Tra furniture e art design, le proposte più nuove alla fiera diffusa milanese

sezione: news

08-04-2019
categorie: Design, Arte, Corporate, Non profit, Slow Words,

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Il Fuorisalone a Milano: guida pratica per andare oltre il 'greenwash'

Tra furniture e art design, le proposte più nuove alla fiera diffusa milanese

Se persino il Grande Fratello, l’esperimento più trash della TV di tutti i tempi diventa plastic free, allora ci rendiamo conto che forse l’elemento ecologico nel mondo del design non è solo greenwash ma è finalmente diventato un’urgenza planetaria (la UE sarà plastic free nei suoi esercizi commerciali e pubblici non oltre il 2021). 

Anche al Fuorisalone 2019 il tema del riciclo e del riutilizzo si fa strada nuovamente. Ed in modi diversi: certo è che non sono in mostra processi produttivi e distributivi, e men che meno le fasi di approvvigionamento delle materie prime. La settimana del mobile racconta prevalentemente di arredi, complementi - e quest’anno di illuminazione per interni. Sottintendendo (o sottacendo) cosa in realtà spiegherebbe se un’azienda ha un DNA davvero sostenibile.

 

Freitag è, invece, un’azienda di borse super design che ha fatto della sostenibilità il fondamento del suo business sin dai primi passi scegliendo di produrre borse zero waste che in realtà sono esse stesse composte da rifiuto di altre produzioni. 

I suoi modelli (resistentissimi) nascono infatti dalla ricreazione, tramite assemblaggio, di diversi tipi di plastiche. Alla #mdw19 racconta il suo DNA (a Ventura Centrale) con un’installazione che coinvolge i sensi e il corpo dei visitatori. In un grande tunnel vuoto un blocco parallepipedale gigante ottenuto dalla costipazione di sottilissimi fili di tessuto ospita una proiezione video - accompagnata da un audio suadente - che cambia l’atmosfera: il visitatore è invitato ad attraversarla per ‘purificarsi’.

Dopo questo passaggio, è invitato a raccontare propri peccati in termini di spreco e consumi in un confessionale (in cui ci si confessa a tu per tu… con un altro visitatore) e poi si viene ‘perdonati’ con un’interazione assai divertente ma non banale (che non vi sveliamo) e che ‘personalizzerà’ la vostra borsa con un motto di redenzione. 

Io ho scelto ‘waste nothing but time’ che ora campeggia sulla mia borsa nera. E’ stato il co-fondatore dell’azienda ad applicarmi la scritta e abbiamo conversato su come, spesso, questa attenzione obbligatoria al pianeta non faccia completamente parte delle design company che tentano di appropriarsene, mentre mi mostrava un esperimento che Freitag ha messo recentemente in piedi  in un museo svizzero, dove ha trovato un’ultima vita per vecchie borse distrutte che sono diventate un telone di un camion e infine sono state smembrate per servire ancora a qualcos’altro.

 

Rossana Orlandi, paladina (assai criticata, a ragione!) dell’art-design, si è inventata un podio plastic-free (con Guiltless Plastic) che è composto di un premio (a cui possono partecipare tutti, anche scuole di ogni ordine e grado non solo progettisti) i cui selezionati sono in mostra all’Autofficina di Porta Vercellina (che noi abbiamo aperto per la prima volta nel 2012 con la nostra mostra up-market per un’ecologia di spazi sottoutilizzati o abbandonati come era il caso di quel meraviglioso immobile). Poi ha chiesto ai designer che gravitano in un modo o nell’altro nella sua scuderia di elaborare un’opera (in mostra al Museo della Scienza e della Tecnica) e l’11 aprile darà vita a un ring, ospitato nell’Autofficina, tra chi è favorevole al riciclo della plastica e chi, invece, vuole bandirla completamente. Sinceramente, l’operazione è un classico esempio di greenwashing. 

 

Cosa succede in giro per Milano? La maggior parte dei designer indipendenti, con un DNA sensibile alla dimensione planetaria del waste, ha già da tempo improntato la sua produzione a lasciare il meno possibile un’impronta non ecologica sul pianeta. E non si affretta a decantare il suo impegno pro-plastic free perché è già una realtà consolidata nel ciclo produttivo.

 

E’ il caso di un designer olandese - Floris Schoonderbbek, lo si trova sempre nei vault di Ventura Centrale - che riflette anche sul senso di utilizzo di arredi in chiave double face - adatti sia per interno che per esterno in modo da massimizzare il loro ciclo di vita. Ha fondato la sua compagnia (Weltervree) che vende anche online (il suo carbon footprint non è sicuramente basso tuttavia, producendo in Cina il vetro per le sue bellissime lampade ….). 

Nella mostra di Weltervree (una collettiva di altri autori, oltre a Floris, che si snoda attorno a una piscina) il motto è ‘activating people and places’ ed è una raccolta di arredi (anche di Joep Van Lieshout che nel frattempo espone, da artista, da Giò Marconi) che oltre a lampade e mobili outdoor/indoor, presenta anche Local Habitat un vaso da fiori ma anche acquario o erbario in due misure. Per i veterani della design week, Floris aveva esordito a Milano ormai 10 anni fa con una vasca da bagno da esterni, di uno sgargiante arancione, la cui acqua era riscaldata a legno di risulta (grazie a una serpentina).

 

Alcuni designer offrono un’esperienza interattiva per riflettere sulla prossemica e sull’importanza della postura (dalla scala personale a quella planetaria):  è il caso di un progettista (Todd Bracher, coadiuvato da Studio TheGreenEyl di New York) che si occupa di sedie e mobili da ufficio che ha realizzato (sempre a Ventura Centrale) un’installazione luminosa e sonora che viene attivata dai movimenti dei visitatori in azione su una pedana (Bodies in Motion, Humanscale) che è molto aderente al tema lanciato dalla rivista Interni che occupa come di consueto (non solo con mostre ma con concerti ogni sera della Design Week) la Statale e l’Orto Botanico.

 

Cosa vedere nelle gallerie cittadine, molte delle quali hanno inaugurato proposte cross-over già aperte durante Mi-Art? 

Nilufar propone una straordinaria personale di Osvaldo Borsani con un total look che spazia da una libreria (in pergamena) a straordinari neon anni 40 incapsulati in una cornice art-deco di legno bianco fino a un salotto completo. 

Il suo nuovo spazio Depot (in Via Lancetti) inaugurato con successo cinque anni fa al pubblico prima con mostre episodiche poi tutto l’anno, quest’anno presenta una sezione curata da Studio Vedet che con Joseph Grima anima un’area espositiva in zona Turro-Rovereto (l’ex Pasticceria Cova, ora espansa anche in via Venini e via Sassetti) dove espongono sia art-design che furniture (interessante, nella prima sezione, l’esperienza di Caffè Populaire, uno spazio curato da architetti e designer che presentano non solo il luogo ma nuovi complementi ed illuminazione).

 

Rossana Orlandi assomiglia sempre di più a un market con una piazza/food stall degna delle tradizioni asiatiche in chiave meneghina radical chic tuttavia, sezionando ogni meandro, tre proposte sono assai convincenti tra i marchi che hanno affittato i suoi spazi per la Design Week. Una è DiSè, azienda catanese, che fa del Made in Sicily il suo marchio distintivo: chiama a produrre giovani designer affermati uno o più arredi utilizzando manifatture e maestranze isolane- Della collezione Domestic Monuments ci ha colpito Groom in particolare: un arredo in alluminio che sembra una mensola o una libreria ma in realtà nasconde se’ stesso ed il contenuto grazie a varie configurazione. Autori gli OS  OOS. Ci è piaciuto meno un lavoro di Guillermo Santomà edito nella stessa collezione, in mostra invece allo Spazio Maiocchi, dove la funzionalità annega nel fine art e quindi si disperde. 

L’altra è una designer madrilena, Marre Moerel che presenta una collezione di candelabri in bronzo di varia dimensione e posizionamento che potremmo definire ‘performativa’. Dalle estreme qualità uditive (in alcuni casi una goccia di cera viene amplificata dal supporto in cui cade e diventa un suono udibile) ma anche spaziali (un modello è come un mobile di Calder e brucia da entrambi i lati, oscillando nella stanza), sono straordinarie sculture (cinetiche e non) che illuminano ed arredano insieme. 

 

Ritorna da Rossana Orlandi anche una proposta di Li Ederkoort (le due decane del design sono amiche dai tempi del lavoro della Orlandi come produttrice di tessuti) che porta avanti un progetto (visto a Ventura Centrale l’anno scorso) sul tema - assai critico - delle altre vite dei tessuti da abbigliamento e domestici. 

Quest’anno Waste No More si incentra sul tema del bianco, uno dei colori più difficili da gestire secondo Robert Ryman, artista ispiratore di questa edizione. Eileen Fisher si occupa di dimostrare al mondo - del progetto e oltre - la potenzialità di tessuti rigenerati nell’arredo e lo fa creando oggetti tessili che assomigliano ad arazzi, installazioni e altro con un potente traino visivo e concettuale ma che permettono immediati raffronti con la materia (che rigenera in un laboratorio nei pressi di New York dove da lavoro a molte donne prevalentemente messicane).

 

I metalli, soprattutto fusi con tecniche inconsuete e a volte bespoke, sono protagonisti di due lavori di art design (prezzi dai 7000 in sù) autori giovani designer. 

Uno è Carlo Massoud, libanese classe 1981, che con sua sorella Mary Linn presenta una serie di arredi e gesti artistici all’Oratorio della Passione e riflette sull’artigianato e sull’importanza che i designer lo mantengano vivo ad ogni latitudine. 

L’altra è una esperienza di lavoro e residenza di Anton Alvarez alla Fonderia Artistica Battaglia che è in mostra in una chiesa del circuito 5Vie dove l’artista pre-figura una moltitudine di oggetti (contenitori, una libreria) estrudendo il metallo con una macchina di sua invenzione.

 

Continuate a seguirci su Instagram e su Slow Words dove presto intervisteremo alcun dei protagonisti di cui vi abbiamo parlato per scoprire come vivono alle loro latitudini. 

 

 

 

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