Intervista ad Allard van Hoorn, ex manager ora performer degli spazi e del suono

Con oltre 100 tra mostre e azioni in 15 anni, l'artista globetrotter ci racconta il suo linguaggio

sezione: blog

10-12-2013
categorie: Architettura, Arte, teatro, performance, Slow Words,

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Intervista ad Allard van Hoorn, ex manager ora performer degli spazi e del suono

Con oltre 100 tra mostre e azioni in 15 anni, l'artista globetrotter ci racconta il suo linguaggio

Ho incontrato Allard van Hoorn (1968, Leiden, Paesi Bassi) – un passato da manager ed esperto di economia, è un artista performer che attraversa architettura, design, danza, teatro (con un focus sulle installazioni sonore) – molti anni fa e non ho mai smesso di seguire la sua produzione che si concentra sul “creare script e scenari che indagano la nostra relazione con lo spazio pubblico”. E non solo…in un certo senso Allard è anche un archivio vivente. Il suo sito internet mette in grado ogni lettore di vedere ed ascoltare, in tempo reale, le sue produzioni (spesso le performance che esegue in musei e gallerie sono pubblicate con tanto di libretto di istruzione per essere riprodotte nei nostri spazi domestici).


van Hoorn crea e produce anche pezzi di “design”: da poco ha esposto un pavimento di rame in una galleria tedesca e l’anno scorso – al restaurato de Appel - una vera e propria foresta di bulbi al led, un’installazione cangiante a seconda delle variazioni del cielo sopra un vulcano islandese (controllate via computer).


Sterminata la sua produzione di mostre ed eventi, considerando che ha iniziato a fare l’artista da meno di 15 anni: ha esposto, tra gli altri alla 2013 Istanbul Biennale; alla, ancora in corso, Biennale for Urbanism and Architecture a Shenzhen; a Centro Centro, Madrid; al MaCRO, Rosario; al Rosenthal Contemporary Arts Center; al de Appel arts centre, Amsterdam, Paesi Bassi; allo Storefront for Art and Architecture, New York; a Hear it! allo Stedelijk Museum,  Amsterdam; alla Gwangju Design Biennale; alla Pinakothek der Moderne di Monaco; a Gasworks, Londra; al Museum of Contemporary Art di Shanghai; al Van Abbemuseum di Eindhoven, Paesi Bassi; al Museu de Arte Moderna da Bahia, Salvador de Bahia, Brasile; al The Moore Space di Miami; al Museo de la Ciudad de México; al German Architectural Centre (DAZ) di Berlino; al Zendai Museum of Modern Art di Shanghai ed al CCCB di Barcellona. Tra le pubblicazioni a lui dedicate, Kapital K _ A Classless Character edito da Onomatopee, On Barcelona di Actar e Strategies for Reaching the Millennium Development Goals di BigPictureSmallWorld Inc. e Buckminster Fuller Institute, oltre che molte riviste. E’ tra i tutor dell’ Architectural Association Interprofessional Studio e guest tutor al Royal College of Art (Londra) ed anche al Sandberg Institute (Amsterdam). Ha tenuto lezioni e organizzato workshop e panel per, tra gli altri, il Rijksakademie Beamclub, Amsterdam; Gasworks, Londra; Hogeschool sint-lukas, Bruxelles, Belgio; per il Museo de Arte Moderna in Salvador de Bahia; per il programma Pensando en Voz Alta in Puebla, Messico, organizzato dalla Fundacion/Coleccion Jumex; alla Sheffield Hallam University ed alla University for architecture UIC / ESARQ a Barcellona, dove ha a lungo vissuto.

Leggendo il programma di mostre e residenze 2014, lo troveremo all’ISCP Open Studios a novembre prossimo e sarà Focus Artist at Art Rotterdam il prossimo febbraio.

 

Diana Marrone: Sei un vero e proprio artista globetrotter; incarni quella particolare filosofia del fare e progettare pezzi partendo dal tuo corpo, ma non lo fai come molti artisti performer che ti hanno preceduto o che sono tuoi contemporanei. Tu intendi la tua pratica come una serie di azioni e pensieri calati nella sfera sociale ed attuale di una vasta fetta di vita reale, specialmente quella dello spazio, degli spazi, delle culture, della musica, delle identità visive e del teatro. Forse l’arte per te è un processo generativo a partire dal genere umano, con urgenze e feedback che compongono integralmente la tua opera piuttosto che la classica ed asettica mostra nel white cube? Se così è, chi sono i tuoi visitatori ideali e chi sono i tuoi collezionisti ideali?

 

Allard van Hoorn: Ciò che intendo, facendo arte, è che – a livello energetico – l’opera debba essere specificatamente collegata a un luogo. Riflettendo quindi sulle caratteristiche sociali, politiche e storiche di un luogo, posso analizzarlo e sono in grado di reagire fortemente ad esso per permetterci di guardarlo differentemente. In questo, tutti quegli spazi pubblici su cui indago, arrivano a possedere una nuova voce che ri-pensa la relazione che abbiamo con essi e forse rende possibile anche una nuova interazione ed un loro nuovo utilizzo. Quindi i miei pubblici sono semplicemente quegli astanti o passanti che non necessariamente devono incontrare, riconoscere o conoscere i miei interventi come “arte” ma come uno strumento per ridefinire la loro relazione con il loro ambiente o con quel luogo.  I collezionisti di questi eventi od esperienze sono quelli che hanno la documentazione, le foto ed i video. Spesso dei props, che incapsulano una sorta di nuove “legende” dei luoghi che ho attraversato e “riprocessato” attraverso i miei interventi.



DM: Il tuo interesse artistico parte dall’architettura perché è lo spazio naturale dell’interferenza umana e politica sulle urgenze estetiche o viene dalle tue precedenti esperienze come manager ed esperto economico che quindi ti mette in grado di avere una conoscenza privilegiata di cosa è spesso “dietro” alle azioni umane e alle forme sociali nelle società occidentali?



AvH: E’ l’opposto delle cose che ho imparato prima a guidarmi a capire la nostra relazione con l’altro da sé, con gli spazi, con l’ambiente condiviso dove tutti noi coesistiamo e collaboriamo. L’architettura è uno sbocco interessante dello spettro più vasto dell’interazione, dato che è una manifestazione, statica ma audace, dello sviluppo del nostro mondo: monumenti ai nostri tempi e sfarzi tecnologici che si prestano molto bene per essere tradotti in danza, musica, teatro e opera, piste da skateboard ed altre interpretazioni dinamiche che ci aiutano a modificare la prospettiva. Avendo conosciuto ed esperito ciò che è rigido, sono molto capace nel cogliere gli slittamenti negli spazi pubblici e nelle loro topografie.

 

DM: Sei un viaggiatore instancabile e credi molto che le residenze siano una vera forma d’arte: puoi dirci di più dello stato dell’arte di questa particolare pratica dal tuo punto di vista? E’ ancora uno strumento valido per giovani artisti oppure lo è per artisti più esperti che hanno già un loro network con solide basi in cui la residenza non cali solo come un tempo della “vacanza” (mancanza) per esprimere contesti diversi dal proprio?



AvH: Se gli artisti a cui ti riferisci hanno come metodo o missione del loro lavoro la ricerca su ambienti sociali per comprendere le loro regole, dinamiche e re-interpretazioni, allora uno strumento come la residenza è in grado di offrire una solida cornice di lavoro. La mia prima esperienza è stata altrettanto fruttuosa dell’ultima perché non è l’esperienza (dell’artista) quella che conta. Se si è in grado di capire e lavorare su un luogo con la scoperta delle sue fratture nel tessuto mentre è lì che si vive, si sta, si mangia e si dorme, questo aiuta molto di più a scoprire e rielaborare l’ambiente.

 

DM: Quali sono i progetti che preferisci degli ultimi cinque anni e quale è il prossimo a cui tieni di più a cui stai lavorando?



AvH: Mi piacciono molti miei lavori e tutti per differenti ragioni, tuttavia se proprio devo elencarti i preferiti sono quelli che mi hanno dato le visioni più interessanti e le reazioni e le riflessioni più sorprendenti. Ad esempio, il lavoro per l’ultima Biennale di Instanbul ha creato una fortissima reazione nel pubblico. Era come se il pezzo avesse aiutato le persone a vivere certe emozioni che erano già lì ma non potevano emergere fino a quel momento...Continuo a cercare nuovi metodi per spostare la nostra percezione dello spazio pubblico e la nostra relazione con esso quindi sono alla continua ricerca di metodi di indicizzazione e classificazione. Sono anche interessato a guardare più da vicino ai ruoli formali e alle relazioni che vigono in questi spazi attraverso il cinema ed il teatro.

 

DM: Sarebbe stato più difficile per te se non fossi stato un artista olandese perché in Olanda molte sono le fondazioni che negli anni passati hanno aiutato, con ottime politiche di finanziamento, tanti artisti ad intraprendere un percorso più strutturato e professionale?



AvH: Devo dirti che essere sostenuto dal sistema di finanziamenti per l’arte olandese aiuta ma non è la via per la santità! Immagino che se come artisti si opera in questo senso, come una necessità di vita, per indagare il mondo e creare la propria arte, si è in grado di trovare molte altre vie per farlo ugualmente.