Olafur Eliasson: Experience

30 anni d’arte che va esperita, sentita, vissuta col corpo non importa dove ti capiterà di vederla

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15-10-2018
categorie: Slow Words, Libri,

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Olafur Eliasson: Experience

30 anni d’arte che va esperita, sentita, vissuta col corpo non importa dove ti capiterà di vederla

Avidissimo lettore, ballerino professionista di breakdance, esploratore incessante dei margini, della chimica umana e della natura, artista visivo, designer e architetto de facto, amante e conoscitore della matematica e delle teorie dei quasi-solidi, esperto di musica, pedagogo dal tocco unico e non comune oltre che fondatore di accademie antitetiche, ambasciatore dell’arte totale, primus inter pares tra circa 100 membri di uno studio interdisciplinare di ‘inventori di mondi’ (o, come lui preferisce dire, ‘fabbricatori di mondi’) che ha fondato in Europa, Berlino.
 

Ha una doppia origine – mezzo islandese, mezzo danese – e si chiama Olafur Eliasson (1967). Molti, me inclusa, guardano a quest’uomo come l’intellettuale più importante (e più provocativo, essendo un artista) del secolo scorso ed attuale. Capace di progettare su qualsiasi scala e per qualsiasi nuovo alfabeto per questi tempi.
 

Se sei tra quelli che eviti scientemente ogni dove – musei, gallerie – trovi arte contemporanea perché non provi alcuna empatia con quello che viene mostrato, allora è il momento di incontrare forse l’unica arte al mondo che è creata con il solo fine di essere provata e completata con l’interazione (del visitatore). O con il suo smarrimento, i suoi dubbi e spesso con le sensazioni conflittuali che provoca (senza sosta).
 

I nomi dei suoi lavori, molti di essi, non v’è dubbio che inizino sempre con ‘il tuo’: Your Black HorizonYour Strange Certainty Still KeptYour Sun MachineYour Compound Daylight, Your Now Is My SurroundingsYour Negotiable PanoramaYour Waste of Time…
 

Eliasson, nell’ordine, ha (ri)creato soli, orizzonti, arcobaleni, l’unica cascata che anziché precipitare sale, fiumi verde fluo, paralumi, lampadari, edifici, padiglioni e facciate e persino un sacco di bussole (totalmente diverse da quelle esistenti), seminari di progettazione con migranti dove questi cittadini ‘diversi per imperialismo’ imparavano soprattutto a sopravvivere nel paese d’accoglienza mentre costruivano lampade (e le vendevano) sotto la sua attenta supervisione (ça va sans dire, questo accadeva nel più grande festival d’arte contemporanea al mondo: sponsor un’azienda di design e una fondazione d’arte). 
 

Eliasson ha anche messo in piedi una vera e propria accademia nel suo studio, che è andata avanti per anni e ha consentito agli studenti anche di esplorare (letteralmente) luoghi altri, come Addis Abeba. Ah, certo, si è inventato anche una nuova serie di colori.
 

La casa editrice Phaidon ha pubblicato lo scorso 15 ottobre un enorme libro giallo che ha una prefazione di Michelle Huo (ex direttrice di Artforum) ed è inframmezzato da un’intervista disegnata come un segnalibro – è un dialogo serrato ma breve tra Eliasson e la sua collaboratrice, la responsabile del team ricerca e comunicazione dello Studio Eliasson, Anne Engberg-Pedersen.
 

Experience è un viaggio per testi (e specialmente per immagini) che condensa 30 anni d’arte che va esperita, sentita, vissuta col corpo non importa veramente dove ti capiterà di incontrarla poi fisicamente – una piazza, un fiume, una strada, un museo.
 

 

Experience ha solo il titolo in fronte mentre sul retro un’immagine di Beauty, un’opera di Eliasson del 1993 che è anche stato il primo lavoro che ha esibito in Germania (con il primo dealer che gli ha dato fiducia dopo quelli scandinavi). 
 

Si tratta d’un’immagine effimera e cangiante, prodotta sulla e dalla nebbia dopo attenti giochi di rifrazione e riflessione della luce e sembra a tratti un arcobaleno o una fiamma a seconda dell’inclinazione con cui viene visualizzata da ciascuno. Mai un’immagine, quindi, sarà uguale a se’ stessa – come la bellezza genderless
 

Sfogliando la seconda parte del libro (e forse la più straordinaria, quella visiva) sprofonderete in una serie di progetti e scoprirete che l’artista in realtà si occupa di portare avanti una serie di ricerche nel corso degli anni: ad esempio, The Window Project che intraprese quando ancora studente lo propose per una mostra all’Accademia di Belle Arti danese dove si diplomò, è stato un suo cavallo di battaglia per anni dato che si concentra sulle qualità della luce (e del suo opposto, il buio) per disegnare spazi.
 

La sua ‘riscrittura’ dell’orizzonte negli spazi indoor è iniziata davvero agli albori della sua carriera professionale (nel 1991) con Infinity: una linea blu orizzontale all’altezza dei suoi occhi. Ed è proseguita sino ai giorni nostri, resta mirabile Your Black Horizon promosso da TBA21 una delle fondazioni d’arte più interessanti ed innovative al mondo (tutta europea) con cui l’artista continua a lavorare anche attualmente. 
 

L’idea e la produzione delle prime cascate che scorrono al contrario è del 1998 con Reversed Waterfall peraltro esibita con la galleria europea che ha maggiormente contribuito al suo successo, neugerriemschenieder (di stanza a Berlino, mentre l’altra dealer dell’artista sin dagli esordi è di New York, si chiama Tanya Bonakdar).
 

La ‘creazione’ del sole si può dire sia iniziata ad Utrecht per una mostra sparsa in tutta la città (Panorama, 1999) e si può anche dire che ad oggi sia culminata nel The Weather Project alla Tate Modern (2003) ma non certo che sia stata archiviata! Anche se lì, a dirla tutta, non è che fosse solo il ‘sole’ la principale creazione dato che lo spazio (la gigantesca Turbine Hall) è stato completamente ridisegnato con 200 luci mono-frequenziali che retro-illuminavano uno schermo curvo e grazie ad una macchina della nebbia che produceva una sorta di foschia fatta di acqua e zucchero che stabiliva una condizione climatica specifica ed unica, oltre ad uno specchio che dilatava lo spazio sul soffitto. Questa mostra è stata la più visitata di sempre, si sono contati oltre due milioni di visitatori, spesso ricorrenti.
 

La sezione visiva del libro ha un sistema di didascalie e note molto utili (le prime sono brevi e ottimamente scritte per racchiudere in poche parole la complessità delle opere e lasciare dilagare la parte ‘esperienziale’, che è la più emotiva ma che è anche quella più difficile da rendere così bene su carta). 
 

Le note, in particolare, mettono in condizione anche il lettore che non ha mai visto sue opere prima, di andare avanti e indietro nel volume e cogliere tutti i rimandi tra un lavoro e l’altro: l’artista, oltre a sviluppare un tema lungo più anni, concatena ed intrica moltissimi temi – dai fenomeni naturali all’architettura, dal design della luce alla matematica, dalla sociologia (con un’attitudine assai anarchica) al design del paesaggio, passando per la musica e per molto altro.
 

Se Experience sarà il tuo primo passo dentro il nuovo alfabeto di Eliasson (dove la scienza incontra il genere umano in modi molto tangibili), ti intratterrai molto a lungo e ti scoprirai a leggere spesso questo libro.

 

 

Olafur Eliasson: Experience

Phaidon Books

ISBN 978 0711487 7587

Lingua inglese, 440 pagine, 500 illustrazioni a colori

305X238 mm, 65 sterline